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laR
 
02.08.2021 - 05:30
Aggiornamento: 10:47

Il Libano a un anno dal suo 11 Settembre

Il 4 agosto 2020 un'esplosione in porto devastò Beirut, uccidendo 207 persone. Ora la città prova a ripartire

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L'esplosione del 4 agosto 2020 (Keystone)

La parola “governare” proviene dal latino gubernare, letteralmente reggere il timone, e dal greco kubernao, dirigere un’imbarcazione. In termini nautici una nave non governa quando è in balia delle correnti marine e il timone è ormai inutilizzabile. Ecco spiegata la situazione politica in Libano, il Governo non governa e la nave libanese è ormai lanciata sugli scogli di una crisi che sembra non avere fine.

La netta svalutazione della lira libanese, le cui stime parlano di una perdita del 95% del suo valore nell’arco degli ultimi due anni, ha condotto al crollo del potere di acquisto condannando gran parte della popolazione sotto la soglia della povertà. Il tasso di cambio con il dollaro ha recentemente raggiunto il picco di 21'000 lire libanesi, quando all’inizio della crisi economica era stabile a 1'500 lire.

Un anno dopo la doppia esplosione al porto di Beirut, che oltre ad aver spezzato più di 200 vite ha causato oltre 300'000 sfollati, la rinascita si trova in una fase di stallo, impantanata nelle varie crisi che colpiscono il Paese. I problemi economici e sanitari legati alla crisi della pandemia covid-19 hanno poi aggravato una situazione già catastrofica.


Le proteste die familiari delle vittime (Keystone)

Quartieri spazzati via

Il 4 agosto di un anno fa, circa 2'750 tonnellate di nitrato di ammonio custodite senza le dovute misure di sicurezza, sono esplose a seguito di un incendio spazzando letteralmente via il porto di Beirut e tutti i quartieri confinanti. I grandi silos di cemento armato ancora in piedi dopo l’esplosione sono diventati il simbolo di un dramma che è entrato nell’immaginario collettivo del Paese come l’11 Settembre libanese.

Tutta la popolazione della capitale è stata colpita dalla tragedia, c’è chi ha perso un amico, un famigliare, oppure è stato colpito dagli innumerevoli frammenti di vetro che sono scoppiati a seguito della potente onda d’urto. Un dramma comune che ha stretto tutto il Paese in una solidarietà che ha potuto superare differenze comunitarie e appartenenze religiose. La stagione delle piogge e l’avvicinarsi dell’inverno hanno poi condizionato la corsa contro il tempo per consentire a più famiglie possibili di ritrovare pace nelle loro abitazioni ormai distrutte. Associazioni internazionali e Ong locali si sono prese cura dei diversi quartieri della città e si sono lanciate, grazie ai tanti volontari, in un lungo processo di ricostruzione.


Le case distrutte dall'esplosione, anche a chilometri di distanza (Keystone)

Una ricostruzione complicata

Eppure, un attore principale mancava all’appello: il governo libanese non è stato in grado di reagire alla crisi. Dopo pochi giorni, il 10 agosto, il primo ministro Hassan Diab ha dato le dimissioni. Il nuovo premier Mustapha Abid ha abdicato dopo sole due settimane a causa dell’incapacità della classe dirigente di creare un governo capace di assumersi responsabilità. Un compito che il suo successore, Saad Hariri, dopo nove mesi di negoziati con il presidente della Repubblica Michel Aoun non è riuscito a portare a termine, gettando anche lui la spugna il 15 luglio scorso. Dimissioni che hanno riacceso la tensione e riportato la popolazione nelle piazze della capitale e in tante altre città libanesi per manifestare la loro rabbia contro l’inefficacia del governo a reagire alla crisi. Il nuovo premier designato Najib Mikati, già in carica nel 2005 e tra il 2011 e il 2013, non riaccende le speranze della popolazione che anzi guarda con sospetto uno degli uomini più ricchi del Paese.

L’incompetenza e la disorganizzazione delle istituzioni si manifestano nella mancanza dei beni di prima necessità, come l’elettricità, i medicinali o il carburante. La riduzione drastica delle sovvenzioni statali sul petrolio ha innescato un incremento del 30% del prezzo della benzina compromettendo le importazioni. Davanti ai distributori code chilometriche sono entrate di prepotenza nella quotidianità della capitale. Una penuria di carburante che mette a dura prova i nervi della popolazione: il numero di atti di violenza davanti agli stessi distributori ormai non si contano più. Tensioni che hanno obbligato alcuni benzinai a chiudere temporaneamente non potendo più garantire la sicurezza necessaria.


La costruzione della statua a ricordo delle vittime davanti al luogo dell'esplosione (Keystone)

In un Paese in cui non esistono linee ferroviarie e i trasporti pubblici sono praticamente inesistenti, la crisi del petrolio sta paralizzando tutto. La mancanza di un rifornimento stabile di elettricità è l’altro grande problema. I continui, e sempre più frequenti blackout, colpiscono le residenze private come il settore ospedaliero. Un deficit elettrico che compromette il funzionamento degli ospedali incidendo sulla qualità delle cure sanitarie.

Il ruolo delle Ong

Le organizzazioni locali e le Ong internazionali sono le sole a catalizzare gli aiuti economici necessari a lanciare la ricostruzione dei quartieri più colpiti. Un anno dopo l’incidente, sullo slancio di queste Ong locali, molti quartieri residenziali vicino al porto sono in parte ricostruiti. In prima linea in questo complicato processo si trova la libanese Offrejoie, attiva fin da subito nell’organizzazione di un sistema di ricostruzione efficiente dei quartieri di Karantina e di Mar Mikhael, due aree tra le più colpite dalle esplosioni. Il presidente di questa OngG, Marc Torbey Helou, ha ripercorso i drammatici giorni delle esplosioni e tracciato un primo bilancio di questa complicata ricostruzione. “I quartieri vicino al porto erano completamente distrutti - ci confida -. Durante i primi giorni siamo stati avvolti da una solidarietà commovente. Tutta la popolazione si è stretta alle famiglie più colpite dal dramma ed è rimasta forte, tenendo viva la speranza di poter ricostruire un Libano migliore”.

Dopo una valutazione attenta dei danni, l’organizzazione ha deciso di intervenire nei due quartieri più colpiti. Una missione che ha accolto l’adesione di molti volontari accorsi da tutto il Libano come dall’estero. “Più di 6'000 volontari provenienti dal Libano e da altri 18 Paesi. Siamo riconoscenti dell’aiuto che ogni volontario ha dedicato e sta ancora dedicando per aiutarci a completare la nostra missione: ridare dignità e speranza alle persone toccate dal dramma".


Un murale con la parola "speranza" comparso dopo l'esplosione (Keystone)

Malgrado le tante calamità che hanno colpito il Paese durante l’ultimo anno, la ricostruzione sta portando tante soddisfazioni ai responsabili di Offrejoie. Con orgoglio il presidente ci aggiorna sullo stato della loro missione. “Ci siamo impegnati nella ricostruzione di più di 50 edifici per un totale di circa 350 appartamenti. Questo processo è completato quasi al 90%, stiamo terminando gli ultimi lavori per rendere questi luoghi dei quartieri modello. Stiamo anche lavorando sulla costruzione di spazi pubblici all’interno dei quartieri, per permettere ai residenti di riunirsi e per facilitare la mobilità urbana”. Oltre al restauro dei numerosi appartamenti completamente distrutti, i volontari di Offrejoie si sono impegnati per dare ulteriore aiuto alle famiglie colpite. La distribuzione quotidiana di viveri e beni di prima necessità si unisce a un supporto morale. Piccoli eventi come la distribuzione dei doni ai bambini durante le festività natalizie hanno permesso di risollevare un quartiere ormai abbandonato a se stesso. Una piccola realtà che infonde coraggio alla popolazione e sopperisce, per quanto possibile, alle mancanze del governo.

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Inferno a Beirut, decine di morti e migliaia feriti

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