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26.07.2021 - 19:02

Tunisia, brusco stop a un decennio di fragile democrazia

Il presidente Saied silura premier e parlamento. Gli islamici di Ennahda: ‘È un golpe’. L’esercito in strada.

tunisia-brusco-stop-a-un-decennio-di-fragile-democrazia
Keystone
Proteste e manifestazioni di sostegno a Saied per le strade di Tunisi

Tunisi – Era il 17 dicembre del 2010 quando un giovane venditore ambulante di frutta tunisino, Mohamed Bouazizi, si dette fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro l'ingiusto sequestro della sua merce da parte delle autorità. Un gesto clamoroso che innescò in tutta la Tunisia quella che venne definita la Rivoluzione dei Gelsomini. In breve tempo la rivolta si diffuse come per un effetto domino anche in molti altri paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, in particolare Algeria, Egitto, Libia, Siria, Yemen, accendendo le speranze di una vera Primavera Araba. A distanza di dieci anni, solo la Tunisia ha potuto affermare di essere riuscita a proseguire sulla strada della democrazia. Almeno fino a ieri.

Decisioni ‘nulle’

È una situazione dagli sviluppi imprevedibili quella che sta vivendo il Paese nordafricano dopo l'annuncio del presidente Kais Saied, che ha silurato il premier Hichem Mechichi e sospeso per 30 giorni il parlamento. "Un colpo di stato", l'hanno bollato senza mezzi termini i suoi oppositori, con lo stesso Parlamento che oggi ha definito "nulle" tutte le decisioni del capo dello Stato, assunte "contro la Costituzione".

Il proclama di Saied è giunto domenica notte al termine di una riunione di emergenza con i responsabili della sicurezza dopo l'ennesima giornata di proteste e scontri in varie città, con i manifestanti che chiedevano la fine dell'attuale sistema politico e lo scioglimento del parlamento. Il presidente tunisino ha annunciato di aver assunto temporaneamente la guida del governo "fino alla nomina del nuovo premier" e tolto l'immunità a tutti i membri dell'Assemblea.

Subito dopo il proclama di Saied, migliaia di cittadini festanti si sono riversati nelle strade suonando i clacson delle automobili in segno di giubilo, a dimostrazione del sostegno popolare di cui gode il capo dello Stato, che a notte fonda si è poi concesso un bagno di folla sulla centrale Avenue Bourguiba della capitale per raggiungere la sede del ministero dell'Interno, alla cui testa ha nominato un fedelissimo. Ma se i sostenitori di Saied hanno festeggiato, il presidente del parlamento Rached Ghannouchi, leader del partito islamico Ennhadha, prima forza in aula, ha chiamato i suoi a scendere in piazza per "ripristinare la democrazia" e preservare la rivoluzione, bollando quello di Saied come "un colpo di Stato".

Scenari imprevedibili

"Chi parla di golpe dovrebbe leggere la Costituzione o tornare al primo anno di scuola, io sono stato paziente e ho sofferto con il popolo tunisino", gli ha replicato il presidente, precisando di aver consultato di persona il capo del governo Mechichi e lo stesso Ghannouchi per telefono prima di annunciare le misure, assunte a suo dire in base all'articolo 80 della Carta.

Stamattina i sostenitori di entrambe le posizioni, Ghannouchi in testa, erano davanti ai cancelli del parlamento, sigillato dai militari, a manifestare. Ma, forse anche a causa delle temperature oltre i 40 gradi, le folle oceaniche previste da Ennhadha non si sono viste.

Gli scenari che ora si aprono sono imprevedibili. Oltre alla scontata posizione contraria di Ennhadha e degli islamisti di Al Karama, che rifiutano le decisioni di Saied, anche l'alleato di governo Qalb Tounes ha definito la mossa del presidente "una grave violazione della Costituzione e delle disposizioni dell'articolo 80". Favorevole invece il potente sindacato Ugtt, che sottolinea tuttavia come le misure eccezionali dovranno essere accompagnate da garanzie costituzionali.

Per capire meglio la situazione sarà importante anche decifrare le reazioni della comunità internazionale. La Turchia, notoriamente alleata dei Fratelli Musulmani, si è detta "profondamente preoccupata" e ha chiesto il ripristino della "legittimità democratica", mentre Germania e Russia si sono mostrate caute. L’Ue ha invitato i tunisini al rispetto della Costituzione e "a evitare qualsiasi ricorso alla violenza".

L'affondo di Saied, forte del consenso popolare e della lealtà dell'esercito (al quale si è peraltro appellato anche il parlamento, invitandolo a stare "al fianco del popolo"), è stato comunque durissimo, rafforzato dalle decisioni di chiudere la sede tunisina della tv araba Al Jazeera, vicina alle posizioni di Ennhadha, e di cacciare anche i ministri della Difesa e della Giustizia. Tutto questo si sta consumando dopo mesi di stallo istituzionale che ha visto il presidente tunisino contrapposto al primo ministro Mechichi per via di un rimpasto governativo già approvato dal parlamento a fine gennaio e mai accettato dal capo dello Stato. 

Nuovi partiti, nuova Costituzione

Gli eventi delle ultime ore segnano una grave battuta d'arresto in una marcia che all'inizio aveva in poche settimane portato, il 14 gennaio 2011, al rovesciamento del dittatore Zine el Abidine Ben Ali, rimasto al potere dal 1987, dopo aver spodestato Habib Bourghiba con un colpo di Stato. Da allora, Ben Ali, rifugiatosi in Arabia Saudita, ha subito numerose condanne in contumacia fra cui l'ergastolo per la morte di alcuni manifestanti, ed è poi morto nel 2019 in una clinica di Gedda.

L'elezione nell'ottobre del 2011 di un'assemblea costituente porta al potere i partiti che si erano opposti a Ben Ali, in particolare Ennahda, partito islamico moderato, che ottiene il 37% dei voti e 89 seggi, e del Congresso per la Repubblica, partito laico riformista, che ottiene l'8,7% dei voti e 29 seggi.

Ma soprattutto conduce all'entrata in vigore il 26 gennaio 2014 di una nuova Costituzione, che introduce nel Paese per la prima volta garanzie di uguaglianza e libertà, compresa quella di parola, e stabilisce la divisione del potere esecutivo tra il presidente, il primo ministro e il presidente del Parlamento.

Un governo all’anno

La nuova Carta produce però anche una grave instabilità, che porterà a formare e affondare una lunga serie di nuovi governi, al ritmo di uno all'anno. E che ora ha portato allo scontro tra il primo ministro Hichem Mechichi e il presidente del Parlamento Riad Gannouchi con il presidente Kais Saied, un professore di diritto costituzionale eletto nell'ottobre 2019 come indipendente con il 72% dei voti, sulla base di un programma anti-corruzione.

Uno scontro nato sull'onda di un malcontento diffuso, dovuto a una disoccupazione che vede un terzo dei giovani senza lavoro e un'economia ora più in crisi che mai anche a causa della pandemia.

Frattanto, è cresciuto il disincanto nei confronti della politica, testimoniata dal costante calo dell'affluenza alle urne. Nel corso delle ultime sette consultazioni, la partecipazione è scesa da un massimo del 68% nel 2014 al 42% nel 2019. Ed è forse testimoniata anche dalle scene di giubilo di ieri nelle strade di Tunisi in seguito all'annuncio da parte di Saied di quella che appare come una svolta autoritaria.

L'unica storia di successo della Primavera Araba rischia di finire qui.

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