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07.07.2021 - 21:28
Aggiornamento: 08.07.2021 - 15:43

Morte e distruzione: la maledizione di Haiti

L'assassinio del presidente Moïse è l'ultimo di una serie di eventi nefasti. Dittatori, terremoti e uragani hanno devastato il luogo in cui sbarcò Colombo

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Jovenel Moïse con la moglie (Keystone)

Non c’è pace ad Haiti, come se ci fosse una maledizione nella parte occidentale dell’isola di Hispaniola, quella in cui sbarcò per la prima volta il 6 dicembre del 1492 Cristoforo Colombo, mettendo piede dove oggi sorge il villaggio di Môle-Saint-Nicolas.

Martedì notte un commando armato, ha ucciso il presidente haitiano Jovenel Moïse, 53 anni, ferendo gravemente la moglie, Lady Martine (dichiarata anche lei morta in un primo momento, notizia poi smentita). Gli uomini, definiti dalla stampa locale e da un esponente dello stesso governo haitiano dei “mercenari stranieri che parlavano spagnolo e inglese”, in un Paese dove le lingue ufficiali sono francese e creolo, si sarebbero introdotti nella residenza della coppia presidenziale, nella capitale Port-au-Prince, con l’intento di assassinare Moïse. Una mossa azzardata e violenta che - si dice sempre in questi casi - potrebbe far precipitare il Paese nel caos, non fosse che il Paese, nel caos, c’è già. E lo è praticamente da sempre.

Il terremoto del 2010 e l'epidemia di colera

Haiti in questi anni è stato l’epicentro del terremoto più distruttivo dell’epoca contemporanea (solamente il sisma del 1556 nella provincia cinese dello Shanxi, con 830 mila morti, risulta peggiore tra quelli documentabili). Il terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010 ha ucciso, dati alla mano, 222’517 persone e ha coinvolto direttamente, tra feriti e sfollati, tre milioni di haitiani.

Quell’evento, seguito da un’epidemia di colera, cadde proprio in mezzo a due degli uragani tropicali più violenti del nuovo secolo e che proprio ad Haiti hanno colpito con la loro forza devastatrice: Jeanne nel 2004 e Matthew nel 2016. A causa di queste disgrazie in serie, Haiti vive in uno stato di perenne emergenza umanitaria.


Un uomo prega sulle macerie dopo il terremoto del 2010 (Keystone)

Come se non bastasse, la maggior parte degli indicatori della salute economica e sociale trovano il Paese agli ultimi posti di tutte le classifiche internazionali. Per capirne la gravità basta fare qualche esempio e confrontarlo con la Repubblica Dominicana, l’altro Stato che sorge sull’isola di Hispaniola. Il tasso di inflazione, arrivato al 14,7%, è il quindicesimo più alto al mondo, in Repubblica Dominicana è dello 0,60%. Discorso simile per la mortalità infantile, 41 morti ogni 1'000 contro gli 11 per mille dei dominicani; l’aspettativa di vita, 65 anni contro i 78 dei vicini; la disoccupazione, al 40,6%, contro il 5% dell’altro pezzo di isola.

Papa Doc e i Tonton Macoutes

Haiti ha avuto uno dei dittatori più sanguinari del Novecento, François Duvalier, più noto come Papa Doc, che venne eletto nel 1957 e rimase al potere fino al giorno della sua morte, il 21 aprile del 1971. Duvalier instaurò un regime del terrore sanguinario che faceva leva su delle milizie senza scrupoli, i Tonton Macoutes, a cui venne dato lo stesso nome dell’uomo nero del folkore haitiano. Alla morte di Papa Doc era già pronto Baby Doc, ovvero il figlio appena diciannovenne Jean-Claude: dopo aver oppresso il suo popolo per quindici anni, una rivolta popolare lo convinse e lo costrinse a ritirarsi in Francia. Tornò nella speranza, vana, di riconquistare la presidenza. 

Morti di vecchiaia, come Papa Doc, o ammazzati come Moïse, costretti all’esilio, deposti, imposti con la forza, dall’interno o da potenze straniere, nei decenni, solamente due presidenti hanno rotto questa tendenza, Jean-Bertrand Aristide fu il primo presidente democraticamente eletto nella storia haitiana, solamente nel 1996, mentre il suo successore e alleato René Préval è stato il primo a chiudere il suo mandato lasciando l'incarico senza fare resistenza una volta arrivato al termine. In questo quadro complicato, dopo un interregno dell’ex rapper Michel Martelly e sull’orlo di una guerra civile, nel 2016 venne scelto come presidente Jovenel Moïse, ucciso proprio ora che si apprestava a organizzare la nuova tornata elettorale.


François "Papa Doc" Duvalier

Presente confuso e futuro incerto

La sua morte ha consegnato il potere nelle mani del primo ministro uscente Claude Joseph, che ha provato a invitare alla calma i suoi concittadini dichiarando allo stesso tempo lo stato d’assedio, una misura d’emergenza il cui scopo sarebbe quello di evitare ulteriori disordini. Joseph, che avrebbe dovuto lasciare l’incarico in questi giorni a favore di Ariel Henry (che sarebbe diventato il quinto premier in poco più di un anno) ha chiuso l’aeroporto della capitale, mentre la Repubblica Dominicana ha chiuso la frontiera.

Inutile dire che la Costituzione in vigore non permetterebbe a Joseph di adottare queste misure, ma dal gennaio 2020 Moïse governava il Paese per decreto, prescindendo dalla Carta costituzionale, con un governo da lui designato senza un Parlamento. Per cercare di recuperare almeno in parte un buon funzionamento istituzionale, il governo aveva fissato per il 26 settembre elezioni presidenziali e legislative, insieme a un referendum costituzionale per approvare un nuovo testo. Difficilmente questo appuntamento potrà essere ora rispettato. 

Per il momento non si sa molto sugli autori dell'attacco. Si sarebbe trattato di uomini in tuta mimetica nera che hanno usato armi di grosso calibro, bombe a mano, e perfino droni per sopraffare, apparentemente senza grossi problemi, la sicurezza presidenziale. Ma su chi possa aver finanziato un'azione di questo genere, che richiede una certa complicità con le alte sfere del potere, non è ancora chiaro. Tra le ipotesi: i boss di potenti bande malavitose locali e forze straniere alleate con l'opposizione interna più radicale.

In ogni caso, questo assassinio si rivela l’ennesima occasione persa per un Paese sofferente dell’America Latina.


Gli scontri a Port-au-Prince sono all'ordine del gionro (Keystone)

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