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Estero
 

Le monetine su Craxi e ‘la fine della politica’

Bettino Craxi (Keystone)

Un saggio ritorna su uno degli episodi più vergognosi di Mani Pulite e sull'uomo divenuto simbolo della classe politica spazzata via da indagini e indignazione popolare


Il 30 aprile, in Svizzera, è un giorno di primavera come tanti altri. In Italia invece, almeno per chi certe cose se le ricorda, quella data rimanda a un episodio memorabile di ‘Mani Pulite’, l’inchiesta che scoperchiò la corruzione dei partiti storici e pose fine alla Prima Repubblica: le monetine piovute nel 1993 sull’ex segretario del Partito Socialista Italiano Benedetto Craxi, detto Bettino. C’erano ancora le lire, da lanciare al canto di “Vuoi anche queste? Bettino, vuoi anche queste?”. Craxi era reduce da un voto in Parlamento nel quale si era deciso di garantirgli l’immunità parlamentare per 4 richieste di indagine su 6, impedendo ad esempio le perquisizioni dei suoi uffici. Apriti cielo. Davanti all’Hotel Raphaël, dove l’ex Presidente del Consiglio risiedeva da decenni quando era a Roma, si riunì quella sera una folla di tutti i colori: dal rosso (ex) comunista al nero (post) fascista. E giù monetine, appunto, ma anche sampietrini su quel leader caduto in disgrazia che però – vuoi per orgoglio, vuoi per arroganza – si rifiutò di scappare dalla porta sul retro e sfidò la folla. Gli antropologi la definirebbero ‘cerimonia di degradazione’, il rituale col quale il declassamento di un capotribù diviene un fatto di coscienza collettiva, e nei manuali di storia si volta per sempre una pagina.

Tra chi certe cose se le ricorda bene – anche perché le ha viste coi suoi occhi – c’è il giornalista Filippo Facci, che aveva lavorato anche per il quotidiano del Partito Socialista ‘Avanti!’. E che ora ha pubblicato per Marsilio un saggio il cui titolo è tutto un programma: ‘30 aprile 1993 – Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica’.


Keystone
Nel 1991

In un primo tempo la scena del lancio di monetine rischiò di restare ignota: passò in televisione quasi per caso, mentre i giornali non ne parlarono.

I media erano schierati quasi esclusivamente a favore dei magistrati. I giornali erano posseduti da grandi industriali che le tangenti le pagavano, ottenendo enormi vantaggi, e quindi avevano tutto l’interesse a dipingersi come povere vittime dell’estorsione politica. Operavano dunque come una succursale delle procure, concordando titoli ed editoriali. L’indignazione che fomentarono trova nell’episodio del Raphaël uno sfogo esemplare, ma tutt’altro che isolato: in quei giorni furono tantissime le sedi dei partiti vandalizzate, i fax di insulti, le manifestazioni non solo studentesche. Perfino i militanti socialisti si schierarono contro il loro vecchio leader. Ma il lancio di monetine fu taciuto: quell’esempio di cieca indignazione, di violenza, quella “uccisione del nome” era imbarazzante perfino per loro.

Non fu piuttosto uno sfogo naturale? “Un volgo disperso repente si desta” eccetera.

Semmai fu un momento di impazzimento collettivo, diverso, ma non dissimile da quello che portò ad appendere Benito Mussolini a testa in giù, a Piazzale Loreto. Un tentativo di linciaggio, un raptus. Serviva un capro espiatorio per un’epoca, e Craxi tornava utile per tutto quello che rappresentava.

Ovvero una ‘sinistra da bere’, molto lontana dalla vecchia iconografia operaia. Piscine, cocaina, ‘avanzi di balera’. Per molti Craxi fu solo un ladro.

Ma Craxi non ricevette mai direttamente le tangenti. La sua era una vita normale. Sua moglie girava per Milano in tram. La villa tunisina di Hammamet, dove si rifugiò dopo Tangentopoli, costò pochissimo, anche se certe leggende volevano finita lì perfino una fontana smontata da Piazza Cairoli, nel centro di Milano. Fu Craxi stesso, in un suo discorso in Parlamento, a denunciare casi di corruzione che “spesso confinano con il racket malavitoso”. Questo ben prima che chiunque, lui incluso, potesse immaginare di trovarsi al centro delle indagini.

Però il Parlamento – a sorpresa – approvò solo alcune delle autorizzazioni a procedere. In sostanza fu suffragato il filone romano delle inchieste, ma non quello milanese.

Il voto di quel giorno fu incredibilmente trasversale. La votazione fu segreta, come è giusto che sia per le questioni di coscienza in democrazia. Sono convinto anche che alcuni esponenti di partiti come la Lega e la Rete (il partito del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ndr) abbiano votato in difesa di Craxi, ma solo per poter cavalcare l’indignazione che ne sarebbe seguita. Ne è la riprova il fatto che si fossero presentati in aula con volantini e striscioni già pronti. E che il voto sia stato di fatto rovesciato dalla successiva abolizione dell’autorizzazione a procedere, pur di riaffermare la linea giustizialista e dopo che la sinistra aveva fatto cadere il governo. Qualcosa di inaudito per una Repubblica parlamentare.

Fatto sta che anche Craxi acconsentì al sistema delle tangenti per il finanziamento dei partiti. Un sistema che si sciolse in pochi mesi come neve al sole, dopo cinquant’anni di potere: la Democrazia Cristiana, i Repubblicani, i Liberali…

Tutti partecipi di un sistema illegale che però, come molte cose in Italia, rappresentava la soluzione ipocrita a un problema creato dalla lettera della legge. Perché era assolutamente impossibile sopravvivere coi finanziamenti pubblici. Per questo era invalso il sistema delle tangenti: su ogni appalto una percentuale veniva distribuita tra i partiti maggiori, in proporzione al loro peso politico. Questo garantiva la loro sopravvivenza.

Ma così una linea di metropolitana a Milano costava al chilometro cinque volte più che ad Amburgo, mentre il potere economico era in mano a pochi intoccabili.

È chiaro che quel sistema oligopolista aveva costi enormi. Non era di certo un libero mercato. Ma allora si sarebbe dovuto risolvere il problema in sede politica, riformando le leggi. L’unica riforma di quegli anni, invece, fu quella che di fatto abolì l’immunità parlamentare. Tra l’altro in pochi mesi, cosa più unica che rara.

I comunisti furono toccati molto meno di tutti gli altri. Erano più onesti?

Come dimostra il caso del ‘compagno G’, Primo Greganti, erano certamente molto fedeli al partito: con loro funzionava poco il metodo di arrestarli per farli parlare, con buona pace dello Stato di diritto. È anche vero che i magistrati furono miti con il Pci: il procuratore Gerardo D’Ambrosio, dichiaratamente comunista, lo ammise pubblicamente. Poi diventò senatore del partito che del Pci fu erede, il Partito Democratico. Va anche detto che i reati prima del 1988 erano già stati oggetto d’amnistia: quindi tutti i soldi versati fino ad allora dall’Unione Sovietica, tutte le ‘prestazioni’ più o meno fittizie commissionate dal Patto di Varsavia a imprese e cooperative rosse, rimasero fuori dalle inchieste. In Italia il Muro di Berlino non cadde sulla testa dei comunisti, ma su quella di Craxi.

Che lei presenta come una sorta di Tony Blair ante litteram.

Era l’esponente di una sinistra presentabile, atlantica ma capace di limitare lo strapotere degli americani. Una sinistra alla quale i laburisti stessi si ispiravano. Per questo i comunisti furono contenti di liberarsene cavalcando la giustizia: l’ex Pci Massimo D’Alema, poi Presidente del Consiglio, dirà che in quel momento il suo partito si trovava chiuso in un canyon. L’uscita era bloccata da Craxi.

Ma il Pci aveva sollevato già da un decennio la cosiddetta ‘questione morale’. Erano gli anni successivi al fallimento del compromesso storico, il tentativo di Aldo Moro di coinvolgere il partito nel governo ‘borghese’.

In realtà, al netto della retorica di Enrico Berlinguer e di altri, il compromesso storico esisteva già dal dopoguerra. Era quel sistema grossolano e ridicolo che aveva creato caste onnipresenti, dai ferrovieri ai notai, con un welfare e un sistema pensionistico insostenibili. In cambio di certe concessioni alla sinistra, la Dc vedeva protetta l’evasione fiscale.

Mani Pulite fu brusca: persone sbattute in galera per farle parlare, verbali degli interrogatori consegnati alle redazioni dei giornali, avvisi di garanzia mediatizzati come condanne. Il tutto nel tripudio dell’opinione pubblica impaziente di liberarsi della ‘casta’.

Quella è stata l’epoca della ‘dazione ambientale’, della presunzione di colpevolezza basata sul semplice fatto di trovarsi in certi contesti, del carcere preventivo come strumento d’indagine. È emblematico un passaggio della lettera che il manager Gabriele Cagliari scrisse prima di uccidersi nel carcere di San Vittore: “I magistrati considerano il carcere come uno strumento di lavoro, di tortura psicologica”. Va ricordato che all’epoca c’era la fila per parlare coi procuratori, sapendo che bastava essere nominati da qualcun altro per finire dentro. Quel forcaiolismo non è passato.


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Antonio Di Pietro, magistrato-simbolo di Mani Pulite, fu oggetto di una sorta di culto della personalità

Fatto sta che dopo Craxi è arrivato Silvio Berlusconi. Per molti, un erede.

È innegabile il fatto che Craxi abbia aiutato l’amico Berlusconi, liberalizzando il mercato televisivo. Ma le tivù di Berlusconi all’epoca cavalcarono l’indignazione di Tangentopoli, e lo stesso Craxi fu stupito dal suo successo: disse che nel Psi si festeggiava per mezzo punto in più alle urne, mentre Berlusconi nel 1994 prese il 28% con un partito tirato su in sei mesi, tra sondaggi, videocassette alle redazioni e casting dei candidati. Avrebbe voluto candidare perfino il magistrato Antonio Di Pietro, simbolo assoluto di Mani Pulite, che un paio d’anni dopo sarebbe stato eletto per la sinistra e poi avrebbe fondato un partito tutto suo. Non è quindi corretto individuare una continuità univoca e diretta, quanto piuttosto l’ennesima dimostrazione di quanto siano svelti gli italiani a saltare sul carro del vincitore.

Berlusconi portò al governo i fascisti riuniti davanti al Raphaël, e al nord i loro omologhi leghisti. Dopo quell’epoca – la cosiddetta ‘Seconda Repubblica’ – il sistema si direbbe alla sua terza incarnazione. In ordine sparso: la destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il ‘popolo del web’ grillino – non molto lontano da quello ‘dei fax’ del 1993 – e una sinistra afona. Quando però i nodi vengono al pettine bisogna chiamare un tecnico esterno: uno che sappia dove mettere il cacciavite, come Mario Draghi. Ma davvero era meglio prima?

Data la situazione, sia benedetto Draghi. Faccio però notare che l’Italia è l’unico Paese europeo che non ha più un partito liberale, socialista, verde, democristiano. Siamo passati senza soluzione di continuità dal forcaiolismo al qualunquismo e al grillismo, nel ripudio totale di qualsiasi mediazione politica. Il risultato è un Paese azzoppato, periferico, escluso dalle dinamiche internazionali, succube di meccanismi fortemente illiberali. Mani Pulite non fu una rivoluzione, in quanto priva di un ceto organico capace di guidarla verso esiti costruttivi. L’Italia non si è ancora ripresa, continua a preferire l’antipolitica alla democrazia.


“Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. (…) Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.”

Bettino Craxi alla Camera, 3 luglio 1992 e 29 aprile 1993



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Il leghista Orsenigo portò un cappio in Parlamento

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