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26.04.2021 - 09:07
Aggiornamento: 15:40

Joe Biden, cento giorni di presidenza a passo di carica

Ha visto in grande. Si è mosso rapidamente. Ha sorpreso i suoi detrattori e alcuni suoi sostenitori. Il 46° presidente degli Usa ha impresso il suo marchio

di Jérôme Cartillier (Afp/Ats)
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Keystone
Joe Biden, presidente Usa

Ha visto in grande. Si è mosso rapidamente. Ha sorpreso i suoi detrattori e anche alcuni dei suoi sostenitori. In cento giorni Joe Biden, il 46° presidente degli Stati Uniti, ha impresso il suo marchio.

Fedele a un modo di fare empatico e familiare che tanto ama, colui che era stato eletto in buona parte sulla promessa di ritorno alla calma dopo la tempesta Trump, avanza a grandi falcate.

Deriso per le sue esitazioni e le gaffe? ‘Risponde’ mostrandosi disciplinato, con una comunicazione attentamente calibrata. Tiene testa ai presidenti russo Vladimir Putin e cinese Xi Jinping con delle formule che colpiscono nel segno: “Non ha un'oncia di democrazia in lui”, ha affermato Biden a proposito del suo omologo cinese.

Accusato di mancare di bagaglio? Il più anziano presidente della storia mette a segno record dopo record sulla vaccinazione contro il coronavirus, con più di 200 milioni di dosi somministrate. In poche settimane ha fatto adottare un piano di sostegno all'economia di 1'900 miliardi di dollari e, sullo slancio, ne propone uno equivalente in aiuto alle infrastrutture. ‘“È stato sottostimato

“È stato sottostimato”

“È stato sottostimato, ma ciò in parte si spiega con il suo percorso politico – afferma Julian Zelizer, professore dis toria all'Università di Princeton –. Durante la sua carriera di senatore, ha sempre privilegiato il pragmatismo e i cambiamenti a piccoli passi. Anche nei mesi di campagna elettorale ha fatto l'elogio della moderazione e della normalità. In un certo senso ha cambiato strategia, optando per una maggiore audacia. È una strategia che, da un punto di vista politico, ha pagato”. Simbolo di uno stile semplice che rivendica, toglie spesso dal taschino del suo abito un foglietto, sul quale sono segnati i principali indicatori relativi alla pandemia di coronavirus, tra cui il numero di morti.

Circondato da uno staff fino a oggi unito, offre l'immagine di una presidenza senza drammi né scandali. L'annunciato strappo nel partito democratico non c'è stato. L'ala a sinistra ha sì mostrato qualche segnale di impazienza, ma finora ha sostenuto Biden.

“America is back”

Nel quotidiano alla Casa Bianca, Biden fornisce l'immagino di una ‘macchina ben oliata’, per riprendere una formula utilizzata dall'ex presidente Donald Trump, quando descriveva il chaos che regnava nei corridori della prestigiosa West Wing, durante il suo mandato.

Pure sul fronte internazionale Joseph Robinette Biden Jr si è posizionato rapidamente. Il suo “vertice sul clima” – virtuale ma ben orchestrato – ha segnato in maniera spettacolare il ritorno degli Stati Uniti (“America is back”) in quel gioco diplomatico in cui il suo predecessore si era invece ritirato in modo teatrale.

Sabato ha inoltre mantenuto una delle sue promesse di campagna elettorale emblematiche: ha pronunciato la parola ‘genocidio’ per parlare della morte di un milione e mezzo di armeni, massacrati dall'Impero Ottomano nel 1915. Nessuno dei suoi predecessori aveva osato tanto, temendo la viva reazione della Turchia. Anche Barack Obama si era impegnato in tal senso, ma aveva rinunciato una volta eletto. 

Maggioranza risicata

Biden sa comunque che il più complicato resta da fare. La sua maggioranza risicata al Congresso, è un punto vulnerabile. Mette infatti un pugno di senatori democratici, tra cui Joe Manchin, in posizione di arbitri di potere.

L'annunciato piano di investimenti nelle infrastrutture, al momento è solo un progetto. Le discussioni si annunciano aspre, l'esito della decisione legislativa incerto. E sulle armi da fuoco, così come sulle leggi elettorali, l'impotenza di Biden potrebbe apparire presto in maniera flagrante.

In merito allo spinoso dossier dell'immigrazione, Joe Biden resta sulla difensiva dal suo arrivo al potere. La Casa Bianca è combattuta tra la promessa di una politica migratoria più ‘umana’ e la crisi alla frontiera messicana, con l'arrivo di migliaia di migranti.

Paragoni lusinghieri

Mercoledì, alla vigilia dei simbolici cento giorni, Biden pronuncerà il suo primo discorso di politica generale davanti al Congresso. La sua portavoce Jen Psaki ha promesso un'allocuzione centrata sull'infanzia, l'educazione, la salute; le “priorità della classe media”, con, al centro, un innalzamento delle tasse per gli americani più ricchi.

In campo democratico piovono paragoni lusinghieri, anche un po' precipitosi. Taluni evocano Franklin D. Roosevelt e l'audacia del New Deal, per rialzare un Paese impantanato dopo la grande depressione.  Altri citano Lyndon B. Johnson, che aveva messo a profitto la sua fine sconoscenza degli ingranaggi del Congresso, per far muovere le linee nella società americana.

Dall'altra parte, privato del suo profilo Twitter ma soprattutto del potente megafono della presidenza, Donald Trump al momento non riesce a far sentire la sua voce.  i suoi comunicati rabbiosi, pressoché quotidiani, cadono nel vuoto. Resta però assai popolare tra i repubblicani a cui potrebbe dare voce in occasione delle elezioni di metà mandato, a fine 2022, nelle quali Joe Biden si giocherà molto. 

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