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26.02.2021 - 18:17

Giovane inglese ‘sposa di Allah’, passaporto addio

La Corte Suprema britannica revoca il diritto alla cittadinanza di Shamima Begum, partita per la Siria o l’Iraq nel 2015. Ribaltata la sentenza d’appello.

Londra – Aveva abbandonato il suo Paese, la Gran Bretagna, nel 2015 per unirsi adolescente alle file dell'Isis; ora la Corte Suprema ha stabilito che non potrà farvi ritorno forse mai e che il diritto alla cittadinanza acquisito per nascita non vale più: cancellato "legittimamente" con un tratto di penna governativo.

La sentenza riguarda Shamima Begum, ventunenne 'sposa di Allah' fuggita da Londra a soli 15 anni con due coetanee di fede musulmana per colpa dell'attrazione fatale del richiamo dei boia del Califfato in Siria, prima d'essere catturata e finire in un campo profughi dove ancora si trova. E rovescia clamorosamente quella emessa nel luglio scorso in appello, che aveva accolto il ricorso della famiglia contro la revoca del passaporto di Sua Maestà decisa d'autorità nei suoi confronti nel febbraio 2019 da Sajid Javid: ministro dell'Interno (e figlio d'immigrati pachistani islamici) nel governo Tory di Theresa May.

Prevalenti le ragioni di ‘sicurezza nazionale’

Se la prima sentenza aveva rappresentato una sconfessione del tentativo del vertice politico di Londra di teorizzare il rifiuto di riaccogliere (per ragioni punitive, ma soprattutto per timori legati alle precauzioni anti terrorismo o per quieto vivere) le decine di foreign fighter britannici e di loro compagne, convertiti o musulmani d'origine, partiti negli ultimi anni per lo più dalle periferie urbane del Regno per aderire al jihadismo in Siria o altrove, il dispositivo finale della suprema corte rovescia le carte.

Accettando il controricorso dell'Home Office, il ministero dell'Interno, in nome delle ragioni della "sicurezza nazionale". Ragioni che il governo May, seguito sulla stessa linea da quello di Boris Johnson, aveva evocato non senza ipotizzare che Shamima potesse avere titolo a un passaporto alternativo per le origini dei genitori, quello del Bangladesh, Paese in cui pure non ha mai vissuto e che ha già fatto sapere di non volerla 'adottare'.

I giudici di ultima istanza del Regno hanno cassato all'unanimità la precedente sentenza bollandone le argomentazioni nelle parole del relatore, lord Robert Reed, come "sbagliate". E hanno fatto prevalere il principio secondo cui la valutazione dei rischi per la sicurezza nazionale sono competenza del "ministro dell'Interno, il quale rende conto delle sue responsabilità al Parlamento eletto". Non dei tribunali. Reed ha ammesso che "la privazione della cittadinanza" potrà avere "un profondo effetto sulla vita" della giovane, ma ha aggiunto che "sarebbe stato irresponsabile per la Corte non tenere conto anche delle gravi conseguenze" della vicenda in termini di tutela "dell'interesse pubblico".

Critiche dagli attivisti per i diritti umani

Soddisfatti l'ex ministro Javid e la collega di partito che gli è succeduta, Priti Patel, stando ai quali "non ci sono soluzioni semplici quando si tratta d'imporre restrizioni ai diritti e alle libertà degli individui"; ma Shamima paga il conto di "azioni estreme contrarie alle regole fissate dal governo e dalla pubblica moralità". Mentre critici sono attivisti dei diritti umani come Maya Foa, direttore dell'ong Reprieve, secondo la quale "impedire a Shamima Begum (minorenne al momento dei fatti) di tornare in Gran Bretagna resta il frutto di un artificio cinico per farle scontare anche responsabilità altrui. E abbandonarla in un buco nero legale".

Cresciuta a Bethnal Green, nella zona est di Londra, la Begum era ricomparsa nel 2019 dal campo profughi in cui alcuni reporter l'avevano rintracciata (e dove ha poi dato alla luce un bebè morto di stenti stando ad alcune fonti) per implorare in interviste a vari media britannici la possibilità di tornare: interviste in cui aveva raccontato d'aver sposato un miliziano olandese convertito, di essere stata testimone degli orrori della guerra e delle oppressioni del cosiddetto Stato Islamico, di aver perso per malnutrizione altri due bimbi; ma aveva pure negato inizialmente d'avere "rimpianti". Salvo correggere successivamente il tiro e dichiararsi "pentita": non è bastato.

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