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(Keystone)
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15.02.2021 - 22:07

In Kosovo vince Kurti: ‘No al dialogo con Belgrado’

Il movimento per l'autodeterminazione Vetëvendosje, nazionalista e di sinistra, sfiora il 50%. L'Europa teme nuovi strappi nella diplomazia dei Balcani

Il Kosovo ha votato, ma l’Europa non è contenta, gli Stati Uniti non sono contenti, la Serbia è scontenta, a dir poco. E perfino l’Albania – che sembrerebbe la vera vincitrice a guardare tutte le bandiere rosse con l’aquila a due teste che sventolano per Pristina – resta perplessa davanti ai risultati delle elezioni.

È sempre così quando c’è di mezzo il Kosovo: succede una cosa, qualsiasi cosa, e tutti a controllare come reagiscono gli altri, come se quelli che fanno succedere le cose, quelli che in Kosovo vivono e votano, non contassero. E invece contano. Oggi più che mai dopo la valanga di preferenze ottenuta da un partito strano fin dal nome, Lëvizja Vetëvendosje (“Il movimento per l’autodeterminazione”) . E - ad occhi occidentali - strano pure per strategie: nessun dialogo con la Serbia e fin lì ok, ma senza buttarsi tra le braccia dell’amico americano, come si tende sempre a fare dalle parti di Pristina, dove hanno una Statua della libertà tutta loro e perfino una statua di Bill Clinton, l’uomo che appoggiò il piccolo Paese durante l’appendice della Guerra dei Balcani.

Ha vinto un partito giovane, che si è presentato alle elezioni per la prima volta solo nel 2010, con una rincorsa che fa impressione: esordì raccogliendo poco più del 12 per cento per poi assestarsi intorno al 26-27% appena un anno fa. Ieri è arrivato al 48%. Un risultato enorme, raggiunto in larghissima parte con il voto dei giovani e che mette le ali ma anche pressione, perché il suo carismatico e controverso leader Albin Kurti ha portato il suo partito a stravincere, ma non a ottenere la maggioranza assoluta. E se le alleanze sono un rompicapo ovunque, in Kosovo pure di più.

I distacchi con gli altri partiti sono siderali: 17,35% al Partito democratico del Kosovo (Pdk), la formazione del presidente dimissionario Hashim Thaçi e di altri ex leader come lui dell'Uck arrestati per crimini di guerra e attualmente detenuti all'Aja; 13,18% per la Lega democratica del Kosovo (Ldk, centrodestra) del premier uscente Avdullah Hoti; 7,42% per l’Aak (Alleanza per il futuro del Kosovo) dell'ex premier ed ex leader Uck Ramush Haradinaj.

A votare sono andati meno di un kosovaro su due, a riprova di una disillusione che sembra uno dei tratti distintivi di questo Paese che alcuni – Serbia in primis – non vogliono riconoscere come tale. Ma chi è andato a votare ha voluto lanciare un segnale forte, inequivocabile, dando mano libera a quello che si è sempre promosso e che è sempre stato considerato come il partito anti-corruzione. Kurti aveva già guidato un governo, all’inizio dello scorso anno, ma la maggioranza si era sfaldata in fretta, nemmeno quattro mesi. Ora, dall’alto del suo 48 per cento potrà sedersi al tavolo dando quasi tutte le carte, con tutti i vantaggi e i rischi che ciò comporta.

Ma per provare a spiegare cosa potrà succedere, tanto vale cominciare dal mazziere, a cui è stato impedito di figurare capolista del suo partito per una condanna subita tre anni fa, figlia delle sue ripetute intemperanze in parlamento dove arrivò a sprigionare più volte gas lacrimogeni per impedire l'approvazione di leggi da lui ritenute ostili agli interessi del Kosovo. Prosecuzione delle battaglie che Kurti (45 anni) ha fatto prima nelle scuole e poi in strada, sempre in prima linea. Cosa che gli costò l’arresto, nel 1999, da parte delle milizie dell’allora Jugoslavia morente. Gli diedero quindici anni di carcere, mentre lui continuava a ripetere che quella corte non era legittima. Fu liberato nel 2001 in seguito a forti pressioni internazionali. Da lì ripartì con Akn, un movimento dal basso i cui slogan riprendevano la parola diventata prima un partito Vetëvendosje (“Autodeterminazione”) e oggi il partito di maggioranza. Kurti, con grande delusione dell’Unione europea, non ha nessuna intenzione di instaurare un dialogo con Belgrado, complicando i rapporti in tutta l’area, vista l’annosa questione delle minoranze. “Quel tema è al sesto, settimo posto nella nostra agenda. Prima vengono riforme, giustizia e lavoro”, ha ripetuto Kurti facendo venire parecchi mal di pancia a Bruxelles e a Belgrado.

Nazionalista di sinistra, Kurti avrebbe come obiettivo quello di ricomporre la Grande Albania via referendum, una mossa talmente ardita da poter diventare l’ennesima miccia in un’area più infiammabile di una polveriera. I serbi non starebbero a guardare e anche Tirana avrebbe più d’una perplessità in proposito. I tempi sono tutt’altro che maturi, se mai lo saranno. 

Kurti è spigoloso, eccentrico, provocatore, ma ha le idee chiare e le riforme le vuole fare davvero. Come spalla ha - al momento - Vjosa Osmani, la presidente del parlamento che ha assunto le funzioni di capo dello Stato ad interim dopo l'arresto a novembre di Thaçi. Fatta fuori della Lega democratica del Kosovo (Ldk), Osmani si è presentata con una sua lista (Guxo!) alleata al movimento di Kurti e sarà candidata alle prossime elezioni presidenziali, dove non dovrebbe mancare il supporto del nuovo premier. Un’alleanza per alcuni sbilenca, visto che le posizioni dei due non sono sempre allineate: ma l’intransigenza verso la Serbia e la voglia di portare il Kosovo oltre il pantano fatto di corruzione e disoccupazione (al 26%) potrebbe essere un combustibile più che sufficiente per andare avanti insieme, imboccando una strada che preoccupa tutti, o quasi, ma che almeno è una strada, non l'ennesima scorciatoia.

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