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28.09.2020 - 20:440

Erdogan sfida Putin nel Nagorno-Karabakh

Rischia di estendersi lo scontro tra indipendentisti e governativi attorno all'enclave armena in Azerbaigian

Rischia di estendersi lo scontro a fuoco tra armeni e azeri nel Nagorno-Karabakh. Lo scambio di bombe, missili e tiri d'artiglieria di domenica è stato il più cruento dal precedente del 2016, e vi sono timori fondati che non si fermi a un episodio. C'è infatti una nuova variabile nel decennale conflitto che oppone Erevan a Baku sull'enclave ermena in territorio azero, dichiaratasi indipendente già prima della caduta dell'Unione Sovietica; e la variabile è Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco, infatti, si è immediatamente schierato al fianco del musulmano Azerbaigian, definendolo un Paese "amico e fratello". L'Armenia, al contrario, è tradizionalmente sostenuta da Mosca. Erdogan ha assicuirato che non farà mancare niente a Baku (a cui ha già fornito armamenti senza badare a spese); mentre il Cremlino si è affrettato a chiedere un'immediata cessazione degli scontri. Attitudine, la seconda, che potrebbe mutare se la situazione sfuggisse di mano, alzando il livello dello scontro a conflitto conclamato. Mosca, in sostanza, non si negherebbe se Ankara dovesse trascinarla in uno scontro. Vi sono stati i precedenti arrangiamenti in Siria  libia, ma non si sa mai. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha esortato alla "moderazione" tutti gli attori, esterni e interni. Quelli esterni soprattutto.

La questione è vecchi. Il territorio che corrisponde all'autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh faceva infatti parte dell'Azerbaigian ma era di popolazione armena; quando si sono manifestate le prime aspirazioni separatiste si sono scatenate le tensioni, sfociate in guerra aperta dopo la dissoluzione dell'Urss. E da allora il conflitto si trascina, affiancato da un processo di pace - il Gruppo di Minsk dell'Osce, co-presieduto da Russia, Usa e Francia - sinora inconcludente.

Che questa volta la ripresa delle ostilità possa diventare cosa seria lo testimonia la mobilitazione (parziale) decretata sia da Baku che da Erevan e l'introduzione della legge marziale. Entrambe le parti sostengono di aver conquistato o riconquistato posizioni avversarie e il balletto delle cifre, propagandato dai vari ministeri della Difesa, è impossibile da verificare sul campo: l'Azerbaigian parlava di 550 militari armeni uccisi mentre Erevan indicava 200 vittime tra i soldati azeri.

Nette invece le accuse dell'Armenia alla Turchia di aver trasferito in Azerbaigian quattromila miliziani dalla Siria. Il presidente armeno Armen Sarkissian ha affermato pubblicamente che "la Turchia, membro della Nato, sta estendendo la piena assistenza all'Azerbaigian sotto forma di droni, cyberattacchi, consiglieri militari, mercenari e persino di caccia F-16". Il Cremlino, sulla questione turca, ha fatto capire che sta seguendo la partita da vicino. "Ci sono stati scambi con Ankara attraverso i ministeri degli Esteri, quindi la Russia è assolutamente in contatto con la Turchia", ha assicurato Peskov.

A chiedere che la situazione si normalizzi al più presto è stata anche l'Unione Europea, attraverso il portavoce del servizio europeo per l'azione esterna, Peter Stano. "È urgente che si cessino tutte le ostilità poiché c'è un rischio di gravi conseguenze e di destabilizzazione di tutta la regione". L'Ue ha poi sollecitato "tutti gli attori della regione a contribuire a fermare il confronto armato" e "ad evitare interferenze dall'esterno".

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