Estero
06.04.2020 - 20:520

L'Italia respira, ma l'allarme non cessa

I dati di contagi e morti confermano il rallentamento dell'epidemia, ma non abbastanza per allentare le disposizioni di chiusura

Roma - Si cominciano a vedere i primi dati positivi, ma il quadro generale dell'epidemia di Covid-19 in Italia è ancora allarmante: difficile stimare oggi quando si potrà passare a una fase 2 ed è chiaro che non è ancora il momento di abbassare la guardia. "Rispetto a ieri c'è stato un piccolo rimbalzo sia in Lombardia sia nel resto d'Italia, ma l'importante è che si nota una trend di riduzione nel numero dei decessi", ha osservato il fisico Giorgio Parisi, dell'Università Sapienza di Roma e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). "Il numero dei decessi - ha aggiunto - è sceso negli ultimi giorni in modo decisivo. Sebbene si vedano delle oscillazioni, non si nota un cambiamento di tendenza".

Le vittime del nuovo coronavirus sono complessivamente 16.523, con un aumento di 636 in 24 ore, mentre domenica l'aumento era stato di 525. Si è ridotto negli ultimi giorni anche il numero dei pazienti ricoverati nelle strutture di terapia intensiva: attualmente sono 3.898, 79 in meno in 24 ore e domenica c'era stata una riduzione di 17. "Certamente il fatto che i ricoveri nelle terapie intensive continuino a diminuire è molto positivo e indica che la pressione sugli ospedali si sta riducendo", ha rilevato Parisi. "Complessivamente vediamo un quadro di lento miglioramento, ma per poter parlare di una fase 2 bisognerà vedere se nei prossimi giorni se questo il trend che stiamo osservando di consoliderà", ha aggiunto. "Non si può infatti pensare alla fase 2 se non miglioreranno i tempi con cui vengono fatti i tamponi a chi ha i sintomi. Ad ora - ha rilevato - non vengono fatti nello stesso giorno in cui compaiono i sintomi. Non si può pensare a riaprire finché non si arriva a un campionamento molto vasto e veloce: bisogna essere in grado di individuare tutte le persone infette, sia quelle con sintomi lievi sia gli asintomatici: solo quando un sistema del genere funzionerà si potrà allargare".

Anche per Luca Richelli, pneumologo del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico del ministero della Salute per l'emergenza SarsCoV2, "l'andamento che vediamo è di conforto, ma i dati sono ancora allarmanti". Senza dubbio, ha aggiunto, si stanno vedendo gli effetti del contenimento. Questo "ci deve rafforzare nel mantenimento delle misure". Anche secondo Richelli serviranno altri dati prima di prendere decisioni sulla fase 2: "tanti più avremo saranno i dati disponibili, tanto più precise potranno essere le indicazioni".

Ipotizza tempi non brevi per la ripresa l'infettivologo Massimo Galli, dell'Ospedale Sacco e dell'Università Statale di Milano, che in un'intervista a Tv2000 ha indicato che una graduale ripresa delle attività in Italia non potrà essere possibile prima della seconda metà di maggio, sempre che si riesca a evitare la comparsa di nuovi focolai: "aprire troppo presto sarebbe un errore madornale", ha detto. Nel frattempo ogni giorno vengono pubblicati nuovi modelli statistici, come quello che stima in Italia un totale di 643.716 persone positive al nuovo coronavirus al netto di deceduti e guariti. Lo ha elaborato a titolo personale lo statistico Livio Fenga dell'Istat, che l'ha pubblicato sul sito MeRxiv. La stima, ha detto il ricercatore, si basa sui dati ufficiali forniti il 5 aprile dalla Protezione civile e riguarda "sia il totale dei casi a livello nazionale, sia quelli relativi a ciascuna regione, con i relativi intervalli di confidenza". Tra le regioni la Lombardia è al primo posto con oltre 202.000 casi, seguita da Emilia Romagna (oltre 89.000) e Piemonte (oltre 71.000).

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