Estero

Il coronavirus, la prova più difficile per l'Europa

La cancelliera tedesca Angela Merkel (Keystone)

Dalle decisioni assunte oggi dall'Euogruppo si saprà se e quale futuro avrà l'Ue. Antonio Villafranca (Ispi): l'Unione rischia una rottura storica


L'Europa si trova davanti alla prova più impegnativa dalla sua nascita. "Ed è interesse di tutti e della Germania che l'Europa ne esca più forte". Non c'era ormai bisogno che lo ricordasse Angela Merkel per rendersene conto, ma è pur singolare che l'avvertimento della cancelliera tedesca sia venuto alla vigila della riunione dei ministri europei delle finanze in cui si dovranno decidere le misure urgenti di sostegno alle economie dei paesi più colpiti dalla pandemia di coronavirus: misure che la Germania, inseme all'Olanda e al altri Paaesi del Nord interpreta in una forma a dir poco taccagna, al punto da rappresentare essa stessa una minaccia alla tenuta dell'edifico europeo. Dalle decisioni assunte oggi dall'Euogruppo, in altre parole, si saprà dunque se e quale futuro avrà l'Unione europea come l'abbiamo conosciuta sinora. E di questo abbiamo parlato con Antonio Villafranca, coordinatore di ricerca dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) a Milano e co-responsabile del Centro Europa e Governance globale.


Antonio Villafranca è coordinatore di ricerca dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) a Milano

 

Dal Consiglio europeo del 26 marzo è emerso che un fronte di Paesi del Nord, capeggiato da Olanda e Germania si oppone a una condivisione dell’onere economico toccato ai Paesi del Sud come conseguenza dell’epidemia di Covid-19. L’immagine è un po’ schematica, ma la divisione è reale, o sbaglio?

«L’Unione europea ha già sospeso il patto di stabilità e crescita, una scelta giusta in un momento tanto drammatico. Il risultato di questa scelta sarà  l’inevitabile aumento dell’indebitamento, pubblico e privato di tutti i Paesi, e in una forma particolarmente grave per quelli il cui debito pubblico è già esorbitante: penso a Italia, Spagna, Grecia, ma anche alla Francia, il cui debito è ormai prossimo al 100%. C’è perciò da attendersi che i mercati finiranno per mettere sotto forte stress questi Paesi, ma proprio per la loro importanza all’interno dell’Unione, il rischio non riguarda ormai solo loro, ma la tenuta dell’eurozona stessa. Questo rende necessarie e urgenti misure addizionali, le si chiami come si vuole, perché siamo nel pieno di una crisi simmetrica, che interessa tutti indistintamente, mentre i provvedimenti previsti dalle norme in vigore contemplavano crisi asimmetriche, limitate a situazioni puntuali, o a un solo Paese, come fu il caso della Grecia. Dunque dire che è necessario un ulteriore intervento europeo non è soltanto espressione di un sentimento solidaristico (che peraltro fu all’origine dell’Unione), ma un considerazione molto pragmatica e che riguarda proprio la tenuta delle istituzioni comunitarie. O si trovano strumenti adeguati a una circostanza tanto grave, o qualcosa si romperà».

Lo fanno pensare anche alcune espressioni che hanno cominciato a circolare: dal risentito ammonimento alla Germania, dimentica dell’aiuto internazionale che la risollevò nel dopoguerra, o alle accuse rivolte all’Olanda, che nega gli aiuti ai Paesi più in difficoltà, ma pratica nei loro confronti  una concorrenza fiscale spietata... 

«Li conosco, ma mi sembrano argomenti speciosi. È vero c’è un grave problema di fiscalità che favorisce una competizione impari all’interno della stessa eurozona: lei ha nominato l’Olanda, ma anche Irlanda e Lussemburgo non scherzano, pur rispettando un quadro legislativo. Ma non è con questi argomenti che si aggiustano le cose».

D’accordo, ma volevo arrivare a dire che se solitamente tra le insidie per l’Unione si indicano i ‘Paesi Visegrad’ (dall’Ungheria alla Polonia), o i movimenti nazionalisti di Salvini o Le Pen, ora potrebbero aggiungersi anche i paladini del rigore, i letteralisti delle norme e dei trattati, la cui rigidità finisce per produrre un effetto disgregante,se non altro per gli argomenti che forniscono agli antieuropeisti…

«Il rischio grave a mio parere è che l’antieuropeismo o l'euroscetticismo, espressione sinora di movimenti precisi, nazionalisti o populisti, possa compiere un cambio di passo. In una situazione in cui le stime per il primo semestre dell’anno prevedono un crollo del pil nell’eurozona  tra il 16 e il 22 %,, con i dati disastrosi della disoccupazione Usa, se l’Unione europea non batte un colpo, l’euroscetticismo andrà a incidere trasversalmente tutti i partiti in tutti i Paesi, portando anche gli elettori di centrosinistra, tradizionalmente i più europeisti,. su posizioni euroscettiche .Il  rischio più grave è appunto questo: che in mancanza di una capacità dell’Europa di essere d’aiuto ai propri cittadini in circostanze come questa, l'euroscetticismo dilaghi ben oltre le aree in cui era sinora confinato».


Mark Rutte, ministro-presidente dell'Olanda, uno dei paladini del rigore

Quella che sta sperimentando l’Europa è la prima grave crisi dopo lo choc della Brexit. Riuscirà l’Unione a confermare che la via collettiva è ben più salutare di quella dell’isolamento?

«In effetti, nel dramma, non vi poteva essere occasione migliore per confermarlo. Il Regno Unito è uscito dall'Unione e ora deve sbrigarsela da solo, cercando magari appoggio negli Stati Uniti di Donald Trump, che tuttavia mi paiono presi da ben altre urgenze che quella di occuparsi dei problemi altrui. L’Unione ha dunque la possibilità di dimostrarsi capace di affrontare l’emergenza, confermando i motivi che ne giustificano l’esistenza, soprattutto  in una circostanza tragica come questa.Ed è decisivo che vi riesca, perché, lo abbiamo detto, il rischio è che il confronto tra i Paesi membri volga nel registro delle recriminazioni storiche, alimentando a sua volta l’euroscetticismo e un disincanto astioso, da sud a nord».

Non sconta l’Europa, anche in questa occasione, una mancanza di leadership?

«Questo è un grande problema. Non è nuovo, ma oggi è particolarmente grave, in un mondo in cui i rigurgiti nazionalisti hanno la meglio in sempre più nazioni, in Europa e nel mondo. Esercitare una leadership solida e duratura non è mai stato facile, e la frammentazione politica che conosciamo indebolisce i governi dei Paesi democratici, dalla Spagna, all’Italia alla stessa Germania, una debolezza che si riverbera necessariamente sulle loro politiche europee. Vede, mi torna in mente Helmut Kohl, il cancelliere tedesco che a chi gli chiese perché mai volesse l’euro quando la maggioranza dei suoi concittadini voleva tenersi caro il marco, rispose: perché penso ai tedeschi che verranno tra vent’anni. Ecco, mi dica quale politico oggi sarebbe in grado di dire altrettanto, oggi che non si ragiona nemmeno più sul breve periodo, ma sull'immediato. Si è ribaltata una prospettiva storica e ne vediamo le conseguenze».

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