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17.02.2020 - 22:12
Aggiornamento: 20.02.2020 - 18:53

Ecco come Pechino spia gli Uiguri

Altra fuga di notizie rivela dettagli sulla politica repressiva del governo cinese nei confronti della minoranza musulmana dello Xinjiang

Finire in un campo di ‘rieducazione’ solo perché si porta una lunga barba, si indossa il velo, si visitano siti internet stranieri, si fa richiesta del passaporto o si hanno molti figli. Succede agli Uiguri nello Xinjiang, regione autonoma all’estremo nordovest della Cina. Che il governo centrale usasse il pugno di ferro – ufficialmente in chiave anti-terroritstica – nei confronti di questa e di altre minoranze musulmane (kazaki, kirghisi), è cosa nota. Ma un documento pubblicato online dalla Bbc e dalla Cnn getta nuova luce sulla portata del vasto sistema di sorveglianza istituito da Pechino e sugli argomenti addotti per giustificare reclusioni su ampia scala in strutture presentate come semplici ‘centri di formazione professionale’.

Il documento di 137 pagine è stato trasmesso ai giornalisti attraverso una rete di attivisti uiguri. Contiene dettagli sulla vita privata di oltre 3mila persone che abitano nello Xinjiang e sulle indagini condotte nei confronti di 311 “individui principali” della contea di Karakax, popolata al 90% da persone appartenenti alla minoranza musulmana: quante volte pregano, come si vestono, con chi entrano in contatto e come si comportano i loro familiari. Uno dei massimi esperti in materia, Adrian Zenz, in un’analisi citata dalla Bbc online afferma che si tratta “della più evidente dimostrazione vista sin qui che Pechino sta attivamente perseguitando e punendo normali pratiche di credenza religiosa”.

La ‘lista Karakax’ (così la definisce Zenz) rivela, ad esempio, come le autorità utilizzino il concetto di ‘colpevolezza per associazione’ per incriminare e rinchiudere i sospetti terroristi nei campi di ‘rieducazione’. Le relazioni familiari e la cerchia sociale di queste persone, così come i loro movimenti, sono minuziosamente registrati nel documento.

Quella rivelata ieri non è la prima fuga di notizie sulla situazione nello Xinjiang. Lo scorso novembre il ‘New York Times’ aveva pubblicato più di 400 pagine di documenti interni che descrivono il giro di vite della Cina contro le minoranze etniche musulmane nella regione, prendendo di mira gli uiguri ma anche i kazaki rinchiusi in campi di prigionia o nelle carceri. Tra le carte, anche discorsi del presidente Xi Jinping che nel 2014 esortò a non avere “alcuna pietà” nei confronti degli uiguri. Il quotidiano presentava i documenti ottenuti come la maggiore fuga di notizie dal partito comunista cinese negli ultimi decenni. 

Il governo cinese ha sempre respinto le accuse. Le misure adottate farebbero parte di un programma di “de-estremizzazione”. Il suo obiettivo: combattere estremismo religioso e terrorismo.

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