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10.10.2019 - 22:230

Erdogan invade la Siria e l'Ue

Il presidente turco avverte l’Europa: ‘Se insiste a ostacolare l’operazione apriremo i confini tre milioni e 600mila profughi

L’offensiva Turca in Siria continua, e non sarà l’Unione europea a fermarla. Anzi, ha avvertito Recep Tayyip Erdogan: “Se l’Ue insiste a ostacolare la nostra operazione contro i curdi, definendola un’occupazione, apriremo le porte a tre milioni e 600mila rifugiati”, spingendole ben più a ovest del Bosforo.
Un nuovo bilancio dell’operazione “Fonte di pace” indica in circa sessantamila gli abitanti delle aree invase in fuga verso sud; mentre sotto le bombe dell’aviazione e dell’artiglieria turche sarebbero già morti “174 terroristi”, come li chiama Ankara.
I primi villaggi curdi sono già caduti nelle mani dell’esercito di Erdogan e delle milizie locali sue alleate. Secondo fonti sul terreno, le località strategiche di Tal Abyad e Ras al Ayn, poco oltre il confine, sono ormai accerchiate. Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha ribadito che la Turchia vuole spingersi almeno fino a 30 km nell’entroterra siriano. E nel mirino, ha aggiunto, c’è anche Kobane, la città-martire, dove sono tuttavia ancora presenti i marines americani.
Ankara colpisce “solo i terroristi” curdi e dell’Isis, pretende la propaganda turca, ma le Forze democratiche siriane hanno già parlato di almeno otto civili uccisi. Cinque invece i militari turchi morti sotto i colpi di mortaio sparati dalle milizie curde verso le località di confine, dove sono state chiuse le scuole.
Un fronte, tutto politico,  si è aperto anche all’interno della Turchia stessa, dove è già in corso la repressione del dissenso sull’operazione. Un’inchiesta per “propaganda terroristica” è stata aperta nei confronti di diversi deputati del filo-curdo Hdp, compresi i due leader, mentre 21 persone sono state arrestate per le critiche sui social e in manette è finito anche il caporedattore web del giornale di sinistra Birgun.
Erdogan non vuole lasciare indietro niente e nessuno. Se in patria sa come mettere a tacere il dissenso, anche nei confronti di “alleati” e Paesi ostili ha inasprito il discorso, nel tentativo di sfruttare la “sorpresa” (ipocrita, certo) delle cancellerie.
Delle convocazioni dei propri ambasciatori a Roma, Bruxelles, Parigi non si cura. Anzi: il presidente turco ha rilanciato l’accusa a Bruxelles di non aver rispettato la promessa di corrispondergli sei miliardi di euro di aiuti per i profughi, rivendicando per sovrappiù nuovi “finanziamenti internazionali” per la sua zona cuscinetto in Siria, dove vuole trasferire almeno due milioni di persone. Non curde, naturalmente.

Trump scarica i curdi: In Normandia loro non c’erano

“Come il presidente Donald Trump ha ampiamente chiarito, gli Usa non hanno in alcun modo avallato la decisione del governo turco di organizzare un’incursione militare nel nordest della Siria”. Su quei “chiarito” e  “non” ci sarebbe molto da obiettare, ma è comprensibile il tentativo dell’ambasciatrice americana all’Onu Kelly Craft di rimediare alle incaute dichiarazioni rilasciate domenica sera dal suo presidente.
L’annuncio, poi parzialmente ritrattato, dell’abbandono delle forze curde nel nord della Siria alla mercé dell’offensiva turca, non solo era stato chiaro e inequivocabile, ma soprattutto (e magari involontariamente) ufficializzava le intese concordate tra Washington e Ankara nei mesi scorsi.
Al termine della riunione del Consiglio di Sicurezza, Craft ha ribadito l’avvertimento rivolto da Trump alla Turchia: “hanno la piena responsabilità di proteggere la popolazione curda e  le minoranze religiose”. L’ambasciatrice americana all’Onu ha anche sottolineato che “la Turchia deve ora garantire che tutti i combattenti dell’Isis detenuti rimangano in carcere, e che lo Stato Islamico non si ricostituisca in alcuna forma”. Se non lo farà, se non garantirà “che l’Isis non possa sfruttare queste azioni per ricostituirsi, ne subirà le conseguenze”.
È vero che a un ambasciatore non si può chiedere troppo.  A fornire infatti una cornice storica e di “immensa saggezza” (©Donald Trump) è stato il presidente stesso: “I curdi? Li amiamo ma non ci aiutarono nello sbarco in Normandia”. Quando si dice un Grande Statista.

Il fattore Isis

È ancora presto per dirlo, ma forse è troppo tardi per rimediarvi. Il ritorno sulla scena dell’Isis è uno degli scenari più inquietanti tra quelli associati all’offensva turca in Siria.
Due le ragioni principali. La prima, più immediata, è che nei territori sotto controllo curdo si trovano i principali centri di detenzione dei combattenti dell’Isis catturati dopo la rotta del califfato. Le condizioni di detenzione nei campi, di fatto “appaltati” dalle capitali occidentali ai curdi, sono state definite spaventose dalle agenzie umanitarie, mentre gli analisti di sicurezza hanno avvertito che nei campi – si parla di decine di migliaia di persone –  lo stesso Stato islamico è riuscito a imporre un surrogato di califfato, dove i propri uomini dettano legge e “fanno giustizia” di chi non vi si adegua.
Le forze curde hanno già avvertito che dovendo spostare i propri uomini nella difesa dall’offensiva turca, non potranno più assicurare la vigilanza dei campi.
In questo modo, ed è la seconda ragione di preoccupazione, migliaia di militanti dell’Isis si troverebbero liberi di organizzarsi, riprendendo i contatti operativi con le “cellule dormienti”, messesi al riparo dopo la caduta del califfato.
Che anche i governi ne siano consapevoli è dimostrato che alcuni dei prigionieri reputati più pericolosi sono già stati trasferiti altrove, Stati Uniti compresi, proprio per evitare che presiedano a una riorganizzazione delle forze jihadiste.
Va infine ricordato che proprio la Turchia fu molto generosa nel consentire il transito verso la Siria dei foreign fighter partiti dall’Europa per arruolarsi nell’Isis. E ora, almeno come forma di ricatto,potrebbe assicurare loro un agevole via di ritorno verso i paesi di provenienza, per proseguirvi il Jihad. A questo proposito, Frank Gardner, analista della Bbc, ha scritto che gli occidentali possono accusare solo se stessi: dopo aver concorso alla caduta del califfato, si sono disinteressati di ciò che sarebbe venuto dopo. E che ora sta arrivando.

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