Keystone
Estero
21.08.2019 - 06:300

Salvini ‘Capitan Fracassa’ rifarebbe tutto. Quasi, tutto

Il lungo, tardivo, j’accuse nei confronti del capo leghista, in evidente difficoltà, ha messo fine a una finzione durata oltre un anno

Giuseppe Conte si è dimesso. Non che potesse fare altro. Dopo un discorso di commiato al Senato, esemplare per chiarezza (anche una foglia di fico retorica sulla vergogna di un anno e passa trascorso a dire di sì a Salvini può avere una certa dignità), il presidente del Consiglio è salito dal presidente della Repubblica per rimettere il mandato. L’esperienza del suo esecutivo è conclusa, ha confermato al termine del suo intervento, iniziato attribuendone la colpa a Matteo Salvini.

Il bello, tuttavia, è che l’unico disposto a mantenere in vita questo dead govern­ment walking – ricordiamolo: dopo averne decretato la morte sfiduciandone il presidente – è proprio Matteo Salvini.

Rifarebbe tutto – ha esordito, forte della “protezione del cuore immacolato di Maria” –, non ha paura del voto degli italiani, non tiene alla poltrona, ma invece di dimettersi – che sarebbe l’atto conseguente più scontato – ha offerto agli ex soci grillini la propria disponibilità ad andare avanti “per completare le riforme e varare la legge di bilancio”. Allora: o è un genio della politica o è un po’ confuso (benché a Milano, dove si è fatto le ossa, il termine usato sarebbe più preciso).

Forse la seconda, visto che la sua “disponibilità” è stata intesa come segnale di debolezza. Tanto che anche Conte, nella replica al termine del dibattito seguito alle sue “comunicazioni” si è preso il vezzo di irridere Capitan Fracassa: mi dicono che la Lega ha ritirato la mozione di sfiducia nei miei confronti. Va bene, se a Salvini manca il coraggio non si preoccupi, mi assumo io la responsabilità e vado dal presidente della Repubblica a fare ciò che ho annunciato.

Ochèi, e il resto? Il resto della cronaca potrebbe essere velocemente riassunto, nonostante l’esagerata lunghezza di un dibattito (del cui spessore politico, Pd compreso, c’è poco da dar conto): è stata una resa dei conti tra il presidente del Consiglio di nome e quello di fatto. Con il secondo che, datosi la zappa sui piedi, ha dovuto incassare la reprimenda del primo. Reprimenda tardiva, si è detto, e rivelatrice a sua volta di una debolezza colpevole: quella di chi, disponendo di un capitale di voti più che cospicuo, si è consegnato per oltre un anno nelle mani di chi ne aveva la metà. Quello di Conte, più che un discorso di “alto valore istituzionale” è parso il lamento della sposa tradita: ti ho detto di sì a tutto, e questo è il grazie? Affari loro, se quel tutto non comprendesse provvedimenti e modi dai quali l’Italia faticherà a liberarsi, ultimo il “decreto sicurezza bis”. Per cui la sua preoccupazione per l’inclinazione di Salvini a convocare le masse sotto il balcone di Palazzo Venezia, o il fastidio per l’uso compulsivo di una comunicazione extraistituzionale, Conte poteva risparmiarseli, avendoglieli tutti concessi.

Infatti Salvini ha avuto buon gioco a burlarsi degli ex soci: ma come, se non mi sopportavate dovevate dirmelo subito. Ma è stato un gioco di breve respiro. Presto si incartato nella propria stessa retorica da ombrellone: il popolo, Bruxelles, la Madonna, Merkel, citazioni manzoniane da bigino liceale, il petto offerto alle frecce nemiche, fino a citare Wojtyla (il “papa polacco” come lo chiamò Bossi, e non voleva essere un complimento): qualcosa sulla fiducia che si conquista con i fatti. Sai che scoperta.

È successo insomma che l’assassino (politico) del governo, avendo la possibilità di rivelarne il movente – e tentare di trarne un beneficio elettorale –, non l’ha fatto. Che abbia ragione chi sostiene che tutto ‘sto casino serviva a far dimenticare l’elemosina moscovita? Vai a sapere.

Da oggi tocca a Mattarella, non c’è da invidiarlo. Ed è tutto. Anzi no: stavamo dimenticando Luigi Di Maio, scusate. Bè, non ha aperto bocca, ed è stato il suo discorso più riuscito.

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