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16.06.2019 - 08:310

Caso petroliere, tutti a dare addosso all'Iran

Usa e Gb continuano ad attribuirgli ogni responsabilità, mentre l'Arabia Saudita chiede 'una risposta rapida e decisiva'

L’Iran tenta di uscire dall’accerchiamento, nel pieno della crisi nel Golfo dell’Oman, e convoca l’ambasciatore britannico per respingere le accuse di aver attaccato le due petroliere. Ma nel frattempo i sauditi, acerrimi nemici di Teheran, premono per una "risposta rapida e decisiva", evocando i rischi di un rallentamento delle forniture di petrolio.

Non ci sono soltanto gli Stati Uniti in prima fila nell’attribuire all’Iran l’attacco dei giorni scorsi, in cui sono rimaste coinvolte due navi cargo norvegesi e giapponesi. Il governo britannico ha spiegato che, in base alle sue valutazioni, la responsabilità di Teheran appare "quasi certa", nella considerazione che nessun altro avrebbe potuto compiere tale atto. Abbastanza da provocare uno strappo diplomatico: Teheran ha convocato l’ambasciatore britannico rinfacciando a Londra proprio di essere l’unica a sostenere la tesi americana.

Anche i sauditi però seguono statunitensi e inglesi, come afferma il principe ereditario Mohamed bin Salman in un’intervista ad Asharq al-Awsat. "Il regime iraniano non ha rispettato la presenza a Teheran del premier giapponese, anzi ha risposto ai suoi sforzi di mediazione attaccando le due petroliere, una delle quali era giapponese", ha detto il principe. "Non vogliamo una guerra nella regione, ma non esiteremo a fronteggiare qualsiasi minaccia contro il nostro popolo, la nostra sovranità ed i nostri interessi vitali", ha aggiunto bin Salman.

La monarchia saudita, che si contende il primato in Medio Oriente con l’Iran sciita, vorrebbe che si passasse all’azione. Il ministro dell’energia ha invocato "una risposta rapida e decisiva alle minacce alle forniture energetiche, alla stabilità dei mercati e alla fiducia dei consumatori che sono state poste dai recenti atti terroristici nel Mare Arabico e nel Golfo Arabo".

Alcune compagnie di navigazione internazionali, in effetti, hanno iniziato ad evitare il passaggio nello Stretto di Hormuz. A fare fronte comune con i sauditi contro Teheran ci sono gli Emirati Arabi Uniti, che di recente hanno subito degli attacchi analoghi a quattro delle loro petroliere. Ed anche in quel caso, secondo il governo dell’emirato, si è trattato di attacchi realizzati con capacità che "non sono a disposizione di gruppi illegali, ma al contrario processi disciplinati effettuati da uno Stato". Anche se, è stato ammesso, "fino ad ora le prove sono insufficienti per accusare un paese in particolare".

Per gli Stati Uniti, che per primi hanno puntato il dito contro Teheran, le prove ci sono, e sarebbero contenute nel video diffuso dal Pentagono in cui viene descritto l’avvicinamento di un’imbarcazione di pasdaran alla petroliera giapponese rimuovendo una mina inesplosa dallo scafo, per non lasciare tracce. Secondo funzionari americani, inoltre, l’Iran avrebbe sparato ad un drone Usa prima di colpire le petroliere.

Oltreoceano il rischio di una guerra inizia a percepirsi. E nel Congresso si studia un modo per fermare Trump nel caso facesse scattare l’opzione militare. Democratici e repubblicani, in particolare, stanno ipotizzando un blocco della vendita di armi ad Arabia Saudita ed Emirati, ma anche il divieto dell’uso di fondi federali per operazioni militari contro Teheran senza previa autorizzazione del Congresso.

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