Estero
14.03.2019 - 09:070

L'Italia, la Cina e la seta... di potere

L’adesione dell’Italia alla ‘Belt and Road Initiative’ cinese preoccupa Usa ed Europa.

Tutti preoccupati, o quasi. L’adesione italiana alla ‘Belt & Road Initiative’ – Bri, l’immensa ragnatela di infrastrutture che Pechino intende tessere attraverso Asia ed Europa – non piace agli Usa, che temono l’allontanamento di un partner del G7 e l’indebolimento del blocco atlantico. Ma non piace neanche alla Commissione europea, che ha ricordato come la Cina sia un “concorrente economico” e “un rivale sistemico”. Il rischio, insomma, sarebbe quello di un’Italia sempre più lontana dall’occidente; un paese che svende l’indipendenza dei suoi porti, delle sue comunicazioni ferroviarie e aeree – quindi anche una parte delle sue tecnologie e della sua sicurezza – al Leviatano asiatico. Per ora, però, il memorandum di cui si paventa la firma a fine mese è compatibile con gli accordi Ue e impone ben pochi vincoli: si tratta solo di una generica dichiarazione d’intenti, nella quale si promette collaborazione logistica e finanziaria. Lo ha ribadito ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha benedetto l’intesa voluta dai Cinquestelle nonostante le perplessità leghiste (“non voglio che l’Italia sia una colonia di nessuno”, aveva detto il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini). Dietro ad alcuni attacchi al governo non è poi difficile cogliere intenti più elettorali che ‘patriottici’. Come quelli del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, vecchia volpe berlusconiana: “Mi pare singolare – ha detto – che chi si dice sovranista alzi le mani e si arrenda all’invasione cinese”.

Neppure si possono ignorare, dietro alle critiche, le rivalità interne all’Europa per contendersi i soldi cinesi, con la Germania già impegnata a costruire a Duisburg il terminale ferroviario della ‘nuova via della seta’. Ad ogni modo l’avanzata globale della dittatura cinese, alimentata da enormi surplus commerciali, ha già assunto modalità dal sapore coloniale. Come nel caso del porto del Pireo, avamposto strategico fondamentale per la Grecia, controllato al 67% da un conglomerato del governo di Pechino. L’intera Bri comprende numerosi Paesi in Asia e Africa, coi quali la modalità di collaborazione puzza di imperialismo: controllo dei lavori da parte di aziende e acquisto di materiali anzitutto cinesi (la Cina d’altronde produce il 70% dell’acciaio mondiale); prestiti-capestro alle nazioni attraverso l’Asian Infrastructure Investment Bank, partecipata da 93 Stati, ma con una maggioranza relativa cinese (30 miliardi su 100 di capitale). Né stupisce che una grande potenza in ascesa voglia ‘comprarsi’ un nuovo ordine mondiale. In Europa occidentale, l’adesione esplicita dell’Italia alla Bri si aggiunge a quelle di Polonia, Ungheria, Portogallo e Grecia. Ma un’intensa collaborazione strategica interessa già potenze come Germania e Inghilterra, per non parlare dei porti olandesi, belgi e spagnoli. La Cina potrebbe ora accelerare gli investimenti a sud dell’Ue – nei Paesi più colpiti dalla crisi e dalla successiva austerity – per indebolire il fronte di chi, come Francia e Germania, vorrebbe ora più protezione comunitaria dei settori strategici (donde le nuove linee guida Ue sull’investimento estero). Divide et impera. Negli ultimi dieci anni, nessun Paese Ue ha ricevuto più soldi cinesi dell’Italia, inclusi quelli per il 5G della famigerata Huawei: gli Usa temono che il colosso delle telecomunicazioni possa sfruttare la nuova tecnologia per violare la sicurezza nazionale. Ma intanto l’isolamento italiano a Bruxelles potrebbe fungere da ulteriore incentivo per fuggire lungo la via della seta. Un’ulteriore crepa nell’edificio europeo.

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