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Ultimo aggiornamento: 16.10.2019 09:07
Stati Uniti
05.03.2019 - 20:510

Protezionismo: Trump apre dazi con India e Turchia

Il presidente americano ha notificato al Congresso che vuole revocare a India e Turchia, mentre Hillary Clinton rinuncia alle presidenziali del 2020.

Il presidente degli Usa Donald Trump apre un nuovo fronte nella sua guerra dei dazi e, mentre sta concludendo i negoziati con la Cina, colpisce India e Turchia e aggiunge il capitolo agricoltura nei colloqui con Bruxelles, che proseguiranno domani a Washington in un incontro fra la commissaria europea al commercio Cecilia Malmstrom e il rappresentante per il commercio degli statunitense Robert Lighthizer.

Il presidente americano ha notificato al Congresso che intende revocare a India e Turchia i benefici di un provvedimento chiamato Generalised System of Preferences (Gsp), che garantisce a vari prodotti in arrivo dalle economie emergenti e a basso reddito un accesso senza dazi al mercato americano.

La svolta, che richiederà almeno 60 giorni per entrare in vigore, è stata motivata con il fatto che i due Paesi non si qualificano più come "Paesi emergenti". E, nel caso dell'India, anche col fallimento dei negoziati per garantire agli Usa un mercato "ragionevole ed equo" e riequilibrare un deficit commerciale di 27,3 miliardi di dollari (grossomodo la medesima somma in franchi).

New Delhi era la più grande beneficiaria del Gsp e la fine del programma degli Usa è l'azione punitiva più dura di Trump contro una nazione asiatica, dopo la raffica di dazi alla Cina: nel 2017 le esportazioni duty-free negli Usa sono state pari a 5,6 miliardi di dollari, poco più dell'11% circa dei 48 miliardi di dollari di beni esportati negli Stati Uniti in quell'anno.

Ma l'India ha accettato la decisione con calma buddista. Un portavoce del ministro del commercio ha assicurato che non ci saranno rappresaglie commerciali, ridimensionando a soli 250 milioni di dollari l'anno i vantaggi del Gsp, e ha riconosciuto che l'India non è più un Paese in via di sviluppo. Le tensioni con New Delhi erano salite dopo l'introduzione di nuove regole sull'e-commerce che limitano il business di giganti americani come Amazon e Walmart (che ha acquistato l'indiana Flipkart). Un giro di vite seguito all'aumento dei dazi su prodotti elettronici e smartphone, nonché all'obbligo per Mastercard e Visa di conservare i loro dati in India.

Più stizzita la reazione di Ankara: "una decisione paradossale rispetto all'obiettivo di un volume di scambi di 75 miliardi di dollari concordato dai due Paesi. Questa decisione danneggerà solo le piccole e medie imprese e i produttori americani" aumentando i costi, ha twittato la ministra turca del commercio, Ruhsar Pekcan, ricordando che nel quadro del Gsp durante i primi 11 mesi dello scorso anno la Turchia ha esportato in Usa 1,74 miliardi di dollari, facendo di Ankara il quinto fornitore più grande degli Stati Uniti tra i Paesi emergenti.

La mossa Usa potrebbe acuire le tensioni con l'alleato della Nato, che flirta con la Russia e con cui sono in corso trattative per creare una zona di sicurezza in Siria per i curdi, alleati di Washington.

Presidenziali 2020: Hillary rinuncia alla corsa alla Casa bianca

Hillary Clinton non si candiderà per le elezioni presidenziali del 2020. A mettere la pietra tombale sull'ipotesi di una nuova discesa in campo è stata la stessa ex first lady, che in un'intervista televisiva ha spento definitivamente tutte le voci degli ultimi mesi, quelle che parlavano di una possibile rivincita nei confronti dell'inquilno della Casa Bianca Donald Trump. Ebbene, la rivincita non ci sarà.

"Non correrò, ma continuerò a lavorare, parlare e difendere ciò in cui credo", ha detto all'emittente newyorkese News12. Ma di fatto, all'età di 71 anni, quello di Hillary è un vero e proprio addio al sogno di una vita, quello di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti. Un sogno coltivato e inseguito lungo tutta la sua carriera, lunga e ammirata, che dalla Casa Bianca al fianco di Bill Clinton l'ha portata prima in Senato e poi al governo come segretario di Stato nell'amministrazione di Barack Obama.

Ne ha rotti di soffitti di cristallo Hillary, ma non le è riuscito il colpo della vita. Ci ha provato due volte, nel 2008 e nel 2016: ma la sua forza, quella di appartenere ad una famiglia, ad un clan potente come quello dei Clinton, si è trasformata nella sua principale debolezza, che l'ha fatta troppo spesso percepire come troppo legata a interessi particolari e "out of touch", fuori dalla realtà di milioni di cittadini statunitensi colpiti dalla crisi. Così sono maturate le sconfitte nel 2008 nelle primarie democratiche contro Barack Obama e nel 2016 contro Donald Trump, lei prima donna della storia Usa a vincere la nomination in uno dei due partiti principali. Ancora un soffitto di cristallo infranto, mentre adesso toccherà a qualcun'altra provare a portare a termine la missione più difficile.

Sono già cinque, un numero record, le donne democratiche scese in campo per la Casa Bianca: le senatrici Kamala Harris, Elizabeth Warren, Kirsten Gillibrand, Amy Klobuchar e la deputata Tulsi Gabbard. Tutte un po' lo devono alla strada aperta dall'ex first lady, una delle figure femminili più complesse della storia del partito e più complicate da gestire. Lo sarà anche nel corso delle affollatissime primarie, perché la Clinton ha messo in chiaro che non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Vuol far sentire la sua voce e il suo peso: "Farò tutto quello che posso per dare un contributo affinché i democratici vincano e riconquistino la Casa Bianca".

Non è un caso che quasi tutti i candidati democratici, anche chi non ha ancora ufficializzato la discesa in campo, si siano già presentati al cospetto di Hillary, persino l'ex vicepresidente Joe Biden che potrebbe sciogliere le riserve nei prossimi giorni: "A tutti loro ho dato soprattutto un consiglio: non date mai nulla per scontato", ha rivelato Clinton, che difficilmente scorderà la sconfitta per mano di Trump, quando ormai credeva di avere le chiavi della Casa Bianca in mano.

Ma è ancora combattiva Hillary. Anche se da colpire c'è il suo vecchio avversario alle primarie del 2016 Bernie Sanders, con cui restano le ruggini. E quando l'intervistatore le chiede se si candiderà alla poltrona di governatore dello stato di New York o di sindaco della Grande Mela esita: "Non credo...", ride. Forse è ancora presto per abbandonare definitivamente la scena.

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