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04.02.2019 - 08:31
Aggiornamento: 13.02.2019 - 11:17

Genova, sei mesi dopo. Parola al sindaco Marco Bucci

Il 14 agosto, il giorno del crollo del ponte Morandi, “è stato il momento più difficile”. Nell'intervista anche parole di elogio per la Svizzera

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Marco Bucci (Twitter)

Incontriamo Marco Bucci al Politeama genovese, storico teatro per storica Compagnia (goliardica Mario Baistrocchi). Si trova qui in quanto bersaglio – uno dei bersagli, visto che nessuna parte politica è risparmiata – dell'ironia della 'Bai', com'è comunemente detta questa antica compagnia teatrale italiana formata da attori e ballerini non professionisti. 

Sindaco, vuole leggere per noi il polso di Genova? Chi meglio di lei...

La città ha lavorato parecchio sin dal primo giorno, c’è stata una gara di solidarietà non soltanto materiale, ma anche operativa, nel senso che per risolvere un problema così grande tutte le amministrazioni hanno lavorato assieme, i cittadini si sono dati da fare e le imprese anche. Dopo tre settimane, la cosa è nota, era già stata aperta una strada nuova, abbiamo consegnato le prime case agli sfollati dopo 6 giorni, i treni sono ripartiti dopo un solo mese. E poi le strade, ne sono state praticamente 5 aperte ogni due settimane. La città si è data veramente da fare.

Quanto è costato lo sforzo?

C’è stata una ripercussione economica tra settembre e ottobre, ma novembre, dicembre e gennaio sono stati ottimi mesi, addirittura migliori di quelli dello scorso anno. La città si muove bene, come dovrebbe, è senz’altro nel mezzo di un percorso di crescita.

Lei risulta un sindaco amato, una di quelle figure così rare e assai auspicabili capaci di portare dalla propria parte la parte opposta. Nel suo caso, la Genova storicamente di sinistra si ritrova a mostrarle stima, quasi simpatia...

Forse il motivo è che io non sono un politico, ma un amministratore che intende fare delle cose precise. E quando si vedono le cose fatte, non si può far altro che dire sì, le cose sono state fatte.

Il momento più difficile, partendo dal 14 agosto 2018 fino ad arrivare a oggi?

Quel giorno, quel 14 agosto è stato il momento più difficile, senza dubbio. Per la prima mezz’ora non ho capito davvero cosa fosse successo, e di conseguenza che cosa fare. Il primo pensiero è stato che fosse la conseguenza di un attacco terroristico, e io l’11 settembre, quello americano, l’ho vissuto a New York. Ho lavorato 22 anni negli Stati Uniti, quel giorno ero lì e quindi ho pensato subito a un gesto di quel tipo. Poi, quando ho saputo, ugualmente non sapevo che fare. Mezz’ora dopo la convocazione del Comitato operativo della Protezione civile, la mente operativa ha preso il sopravvento. Due ore dopo, nella prima conferenza stampa, ho cominciato a dire che Genova non è in ginocchio, Genova si rialza. In molti non mi hanno creduto.

Saranno stati quelli che la accusano di essere troppo ottimista...

È vero, ma è indispensabile esserlo. Se tu credi in una visione delle cose da fare, bisogna essere ottimisti. C’è sempre tempo, non dico per fallire, ma per abbassare gli obiettivi. Se uno parte con gli obiettivi bassi e li deve abbassare ulteriormente, alla fine non combina nulla. Partiamo come se dovessimo andare in cima all’Everest, poi magari arriviamo in cima al K2, o al Monte Bianco, ma qualunque sia la cima, saremo nel punto più alto di una montagna.

Quindi, dalla vetta attuale, si sente di assicurare tutti che i tempi saranno rispettati?

Per ora tutti i lavori sono in linea. Certamente, ci sono i cambiamenti dati dal lavoro quotidiano, ma con la correzione del ‘time-table’ siamo in linea con i tempi previsti.

Lo dico per il suo bene, guardi che in Svizzera la tengono d’occhio. Voi a Genova, se si pensa ai dopocatastrofe italiani, rappresentate un caso…

Ricordiamoci che per qualsiasi città della Svizzera il porto di mare più vicino è Genova. Genova è a tutti gli effetti un porto della Svizzera. Ricordiamoci anche che in aprile si terrà qui il bilaterale Italia-Svizzera, quindi sarà un’ottima opportunità. Quanto all’accostamento, posso dire che sono contento di riuscire a usare tempi tipicamente svizzeri, perché possiamo essere un’eccellenza per tutti. Io gli svizzeri li ammiro per questo. Tra parentesi, ho lavorato un anno a Lugano e uno a Ginevra. Gran bella esperienza.

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