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Estero
02.01.2019 - 08:580
Aggiornamento : 11:45

Manette verdeoro

Jair Bolsonaro e dintorni: l’opinione di Paulo Sérgio Pinheiro, ex ministro brasiliano dei Diritti umani

L’inchiesta ‘Lava Jato’ ha scoperto una vasta rete di corruzione e ha chiuso la lunga stagione di potere del Partito dei lavoratori, agevolando l’ascesa dell’ultradestra di Jair Bolsonaro. L’impeachment di Dilma, la detenzione di Lula, la nomina del giudice che l’ha decisa a ministro della Giustizia destano molti dubbi sulle derive di una Mani Pulite sudamericana.

“Roubo, mas faço”. Rubo, ma faccio. Questo lo slogan ufficioso di un vecchio governatore di San Paolo, Adhemar de Barros, a cavallo fra anni 50 e 60. E davvero quella fra corruzione e politica brasiliana pareva una relazione indissolubile. Questo, almeno, fino all’operazione Lava Jato (autolavaggio): una mega-inchiesta per riciclaggio e tangenti che dal 2014 ha portato in prigione – oltre a dirigenti di grandi società come Petrobras e Odebrecht – anche l’ex presidente del Brasile, il socialdemocratico Lula da Silva. Senza dimenticare l’impeachment che ha azzoppato la sua delfina, Dilma Rousseff. L’eco mediatica di Lava Jato è stata enorme. L’opinione pubblica brasiliana si è rapidamente divisa fra i sostenitori del Partito dei lavoratori di Lula (Pt) e coloro che invocano un repulisti radicale negli ambienti politici e industriali. Una sete di giustizia – o addirittura di vendetta – che ha contribuito all’elezione del nuovo presidente brasiliano, Jair Bolsonaro (insediatosi ieri, cfr. pagina 5), noto per le sue simpatie autoritarie e la sua nostalgia per il regime militare che dal 1964 al 1985 dominò il Paese. Con lui il giudice federale che ha guidato l’inchiesta Lava Jato e condotto in carcere Lula, Sérgio Moro, è diventato ministro della Giustizia. Sviluppi, modalità e tempistiche che non convincono appieno Paulo Sérgio Pinheiro, ministro brasiliano per i Diritti umani fra il 2001 e il 2002 ai tempi del presidente Henrique Cardoso, oggi presidente della Commissione d’inchiesta Onu sui diritti umani in Siria.

Professor Pinheiro, una domanda che ci facciamo tutti: l’inchiesta nasconde un disegno politico?

All’inizio è stata del tutto legittima e basata su prove molto solide. Poi però, man mano che le indagini si spostavano dagli affari alla politica, qualcosa è cambiato. Lula è stato condannato a nove anni e mezzo di detenzione, divenuti dodici in appello, per avere ristrutturato casa con oltre un milione di dollari proveniente da una società partner di Petrobras. Ma non esiste una documentazione in grado di dimostrare lo scambio di favori, e la detenzione è iniziata prima di arrivare all’ultimo grado di giudizio. Un’azione incostituzionale.

Lava Jato ha impedito a Lula di ricandidarsi e per ora in carcere sono finiti principalmente membri del suo Partito dei lavoratori (Pt). C’è puzza di golpe?

Un termine del genere è esagerato. Ma di certo un’ampia parte di una magistratura sempre più conservatrice ha contribuito a notevoli irregolarità. Molti giudici hanno rivelato anzitempo intercettazioni e documenti riservati, imbeccando un sistema mediatico che faceva di Lula la ‘mente’ della rete di corruzione. Intanto Sérgio Moro discuteva già con Bolsonaro la possibilità di diventare suo ministro.

Cosa puntualmente avvenuta.

Peraltro Moro ha acquisito contemporaneamente l’incarico per la Giustizia e quello per la Pubblica sicurezza, che gli dà anche il controllo della polizia. Senza apparentemente ravvisare un conflitto d’interessi.

L’impeachment di Dilma segue lo stesso copione?

Non hanno trovato una sola illegalità, Dilma non ha mai preso un centesimo. Uno spettacolo deprimente e delirante. Le si è imputato come illegale il normale meccanismo di rimborso dei debiti contratti dal governo con la banca centrale per sostenere le spese sociali. Un meccanismo che però esiste da circa vent’anni, per il quale la stessa Corte dei conti non ha imputato nulla ai predecessori di Dilma, Cardoso e Lula. Il presidente della Camera dei deputati che ha autorizzato l’impeachment, Eduardo Cunha, è stato poi arrestato per corruzione e per il tentativo di intralciare le indagini sul suo conto. Neanche la Corte suprema, che avrebbe dovuto vegliare sulla procedura d’impeachment, lo ha fatto.

Il partito di Lula è stato l’unico toccato?

Di certo è stato quello colpito dagli arresti più clamorosi. Invece Michel Temer, il vice di Dilma che ne ha approfittato per prenderne il posto, non è stato processato nonostante contro di lui vi siano gravi indizi di corruzione. È rimasto dov’era e ha adottato politiche conservatrici che gli elettori non avevano votato.

Morale della favola, ci ritroviamo al potere l’autoritario Bolsonaro. Cosa significa per i diritti umani?

Vedo che molti osservatori europei hanno paragonato Bolsonaro a Trump. È sbagliato. Bolsonaro è molto più simile a Rodrigo Duterte, il presidente filippino che con la scusa della guerra alla droga ha fatto ammazzare oltre dodicimila sospetti. Nell’ultimo discorso sull’Avenida Paulista, Bolsonaro ha detto che l’opposizione o va in esilio, o va in prigione. Predica la violenza, discrimina le donne, i neri e le minoranze indigene, difende l’omofobia. Quando sedevo nella Commissione per la verità sui crimini della dittatura, ha detto decine di volte che il nostro lavoro insultava l’onore dei militari. C’è chi spera che da presidente diventi più moderato. Pur con tutte le differenze del caso, mi ricordano quei conservatori come Franz von Papen, che alleandosi con Hitler speravano di controllarlo.

C’è un argine a questa che molti descrivono come una deriva neofascista?

Oggi la società brasiliana è meglio equipaggiata di quanto non fosse ai tempi del regime militare (1964-1985, ndr). La costituzione e la separazione dei poteri sono più solide di allora. Ci sono organizzazioni per i diritti dell’uomo, centri di ricerca, università che si oppongono alla deriva autoritaria. La società stessa è spaccata: le persone di colore sono da poco diventate la maggioranza assoluta, e non si sono di certo schierate in blocco con Bolsonaro. Nonostante in teoria il voto sia obbligatorio, 31 milioni di aventi diritto non si sono presentati alle urne, con un tasso di astensione sopra il 21% (57,7 milioni di elettori hanno invece votato per Bolsonaro, 47 per Haddad, ndr).

Ma allora chi sostiene Bolsonaro?

Prima di tutto le élite bianche: uomini d’affari, banchieri e classi istruite, attirate dalla prospettiva di deregolamentazione dell’economia. Poi la classe medio-bassa: anche se i suoi ranghi si sono allargati e il suo benessere è migliorato anche grazie alle politiche sociali degli ultimi vent’anni, la crisi li ha colpiti profondamente. Ora hanno paura di scivolare verso il basso della scala sociale, e incolpano soprattutto Dilma per la recessione. Gli scandali di corruzione hanno contribuito ad affondare il Pt, ma la cosa patetica è che se Lula si fosse potuto candidare al posto di Fernando Haddad, lo avrebbero probabilmente eletto al primo turno.

Cos’altro ha aiutato Bolsonaro?

C’è anche una paura sociale, che ha spinto perfino le donne e parte delle minoranze a sostenere Bolsonaro. Gli europei temono immigrati e rifugiati. Da noi i rifugiati sono i venezuelani, discriminati anche quelli. Ma i brasiliani temono anzitutto i loro concittadini più poveri. Hanno paura che rubino ricchezza alla classe media, e vedono nelle politiche sociali degli ultimi anni una ridistribuzione ingiusta e forzata. Il Pt ha pagato il prezzo delle sue qualità più che dei suoi errori.

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