Estero
11.07.2018 - 07:400

Di Venere e di Marte

La retorica di Trump rischia di far esplodere le contraddizioni interne alla Nato

Oggi si apre il vertice Nato a Bruxelles, e tutti aspettano col taccuino in mano l’ennesima sparata di Donald Trump. Il presidente Usa ha già sculacciato gli altri membri per la scarsa partecipazione all’impegno congiunto (solo sette Paesi europei sfiorano o superano l’investimento richiesto, fissato al 2% del Pil: vedi infografica). Resta da capire se le sue rampogne spezzeranno l’Alleanza atlantica, oppure se gli interessi condivisi avranno la meglio. Ne parliamo con Mauro Gilli, ricercatore in Tecnologia militare e sicurezza internazionale al Politecnico di Zurigo.

Dottor Gilli, è la fine per la Nato?

Nessuno ha la sfera di cristallo, ma questi toni apocalittici si ripetono ciclicamente: si pensi all’era di Bush Jr. e della guerra in Iraq. Trump ha capito che la sua retorica paga a livello domestico, e serve anche a tenere sotto pressione gli alleati. Ma da qui a far saltare un’alleanza che porta forti vantaggi anche agli Usa, ce ne passa. Basti pensare, solo a livello economico, al programma di adozione degli F-35 da parte degli altri membri.

Soldi a parte, la Nato serve ancora?

Il principale scopo della Nato d’antan, quello di difendere l’occidente dalla minaccia sovietica, è venuto meno. La Russia continua a costituire un pericolo soprattutto nell’area baltica e in Ucraina, ma guardando ad alcuni indicatori – reddito nazionale, spesa militare, evoluzione tecnologica, ricerca e sviluppo – è difficile pensare che sia temibile come un tempo. Però di certo continua a dividere i ‘falchi’ dell’Est, che si sentono più minacciati, dalle ‘colombe’ occidentali.

Se non la Russia, cosa può unirci?

Tutta una serie di ulteriori benefici: organizzazione strategica, canali di comunicazione e interessi condivisi, dal peacekeeping ai progetti industriali. Si tratta di un dividendo di sicurezza da non sottovalutare, e alla fine anche Washington deve farci i conti.

L’Europa fatica a stare al passo con gli Usa. Perché?

I problemi principali si riscontrano in tre ambiti: industria della difesa, armamenti e personale. L’industria europea produce troppo ed è divisa in aziende nazionali senza economie di scala; tuttavia le fusioni transnazionali sono impopolari perché eliminano posti di lavoro. Lo stock di armamenti non è pronto a rispondere a una crisi in modo efficace e puntuale; un esempio: di 128 Eurofighter tedeschi in dotazione, solo 4 sono davvero utilizzabili. Poi c’è la questione del personale: difficile reclutare truppe affidabili e competenti. Il rischio, anche aumentando le spese in difesa, è di non ottenere maggiori capacità militari. (Vedasi il dato greco, ndr).

Non è che ne approfittiamo per ‘scroccare’ l’ombrello di difesa Usa?

Forse la disponibilità Usa incoraggia un certo ‘free-riding’. Ma anche se gli Usa facessero le valigie, dubito che l’Europa riuscirebbe a riempire quel vuoto. La sfida comune è anzitutto quella di superare questi ostacoli strutturali, che sono ben più profondi e ‘antichi’ delle uscite di Trump.

 

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