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TOKYO JAPAN
Ultimo aggiornamento: 20.09.2018 12:38
Keystone
Turchia
20.06.2018 - 19:170

È l'economia il tallone di Achille di Erdogan

Domenica si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali e l'opposizione socialdemocratica punta tutto sui temi economici

L’uomo che sogna di scalzare Recep Tayyip Erdogan dal comando della Turchia sventola due bidoni di benzina. "Quando nel 2002 l’Akp è arrivato al potere, con 50 lire potevate riempire questo da 30 litri. Ora, dopo 16 anni, potete riempire questo", dice mostrando un contenitore che non sarà più di un quarto dell’altro. "Eccolo il tuo sviluppo", attacca nei suoi comizi Muharrem Ince, il candidato del socialdemocratico Chp, che nel voto di domenica potrebbe costringere l’uomo forte di Ankara a un clamoroso ballottaggio. È su questo che fa leva la sfida dell’opposizione: un’economia che da punto di forza sembra diventata per Erdogan il tallone d’Achille.

Ancora all’inizio dell’anno, per i turchi il primo problema da affrontare era "il terrorismo". Ora, uno su due risponde l’economia o la disoccupazione. Al voto si arriva in una situazione di profonda incertezza. Negli ultimi due mesi, da quando sono state indette le elezioni, la lira è caduta a picco, perdendo circa il 20% contro dollaro ed euro. Per un Paese che continua a importare molti beni di consumo, un disastro. L’inflazione è stabilmente sopra il 10%, come la disoccupazione. Tra i giovani, uno su cinque è senza lavoro. Il momento più drammatico, a metà maggio, è coinciso con quello in cui Erdogan era convinto di risolvere le cose. Intervistato da Bloomberg a Londra, ha promesso di mettere sotto controllo la Banca centrale, costringendola ad abbassare i tassi d’interesse. Nel giro di qualche ora, la valuta turca ha toccato i minimi storici, costringendo Ankara a rialzare i tassi di 425 punti base. Una brusca marcia indietro giudicata necessaria, ma tardiva. A chi credeva a un’inversione di rotta, il presidente ha tolto però ogni dubbio: "Se vogliamo rafforzare gli investimenti, dobbiamo farlo attraverso bassi tassi di interesse. Mi dicono che non dovrei parlare di questo prima delle elezioni. Perché no? Io devo dire la verità". I mercati non ne sembrano affatto rassicurati.

"La crescita turca è drogata", spiega all’agenzia di stampa italiana Ansa l’analista finanziario di un’importante istituzione internazionale in Turchia. Nel primo trimestre dell’anno, il Pil ha fatto segnare un +7,4%, in linea con la performance del 2017. Ma nello stesso periodo, il deficit delle partite correnti è raddoppiato: se cresce l’export – anche grazie alla lira debole – l’import cresce insomma molto di più. Nei settori cruciali come edilizia e manifattura, le banche continuano a prestare soldi a basso costo, ma per le aziende restituirli è sempre più difficile. I loro debiti superano i 220 miliardi di dollari, in patria e all’estero. La fiducia delle agenzie di rating su disciplina fiscale e indipendenza delle istituzioni di controllo continua a calare, e così anche quegli investimenti esteri che avevano fatto la fortuna della Turchia. "La questione – suggerisce ancora l’analista – non è quando questa crescita finirà, ma quanto brusca sarà la caduta". In campagna elettorale l’opposizione ha evocato scenari funesti, compreso un intervento del Fondo monetario internazionale come nel 2001. Quando a spianare la strada a Erdogan fu proprio una gigantesca crisi economica.

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