La divisa nipponica ha bruciato quasi metà dei guadagni post-intervento, mentre il differenziale dei tassi e il "carry trade" continuano a pesare. Attesa per la BoJ.
Non si è dimostrato risolutivo lo storico intervento congiunto di Giappone e Stati Uniti sul mercato valutario, dopo che - alla prova dei fatti - lo yen ha bruciato quasi metà dei guadagni ottenuti in meno di due settimane. La divisa nipponica, risalita a 155 sul dollaro dopo aver toccato quota 163, è ora scivolata di nuovo sopra i 159, segno che le pressioni strutturali restano più forti delle misure di breve periodo.
Secondo gli analisti l'intervento ha spaventato i mercati ma non ha cambiato le leggi della finanza: finché il costo del denaro in Giappone resterà inferiore ai rendimenti esteri, il "carry trade" - prendere yen a basso costo per investirli in asset più remunerativi - continuerà a consolidarsi. Il differenziale tra i due Paesi sul mercato obbligazionario resta ampio: il decennale Usa rende il 4,73%, contro il 2,95% del JGB decennale. Gli economisti guardano ora alla riunione della Bank of Japan (Boj) di settembre, ritenuta decisiva più dell'intervento stesso.
Per Crédit Agricole CIB il nodo reale è un'"asimmetria di potere d'investimento" tra le due economie: gli Stati Uniti attraggono capitali con la corsa all'intelligenza artificiale, mentre il piano di investimenti pubblico-privati della premier Sanae Takaichi non si è ancora concretizzato. La vicenda riporta alla memoria gli Accordi del Plaza del 1985, quando Washington e i principali partner - incluso Tokyo, orchestrarono un deprezzamento coordinato del dollaro. Quell'intesa, se da un lato corresse gli squilibri commerciali Usa, dall'altro innescò in Giappone un violento apprezzamento dello yen che compresse l'export, spinse la Boj verso una politica monetaria ultra-espansiva e alimentò la bolla speculativa poi esplosa nei primi anni '90, prologo del "decennio perduto". Un precedente che oggi, sottolineano gli osservatori, invita alla cautela: gli interventi valutari possono guadagnare tempo, ma raramente risolvono da soli gli squilibri di fondo tra le economie.