La crisi commerciale con gli Stati Uniti complica i piani di Xi Jinping per rilanciare la domanda interna
La Cina resta in deflazione a marzo per il secondo mese di fila, complicando i piani del presidente Xi Jinping per rilanciare la domanda interna, nel mezzo della guerra commerciale con gli Stati Uniti.
I prezzi al consumo hanno avuto un calo annuo dello 0,1% (da -0,7% di febbraio), mancando le previsioni degli analisti di un rialzo dello 0,1%. Su base mensile, la frenata è stata dello 0,40% (da -0,20%), in base ai dati diffusi dall'Ufficio nazionale di statistica.
Peggiora anche il trend dei prezzi alla produzione, scesi al passo più ampio da novembre 2024: -2,5% contro previsioni a -2,3% e al dato di -2,2% di febbraio.
L'inflazione core cinese, al netto delle componenti volatili alimentari ed energia, è aumentata dello 0,5% su base annua, invertendo il calo dello 0,1% del mese precedente. Le pressioni deflazionistiche persistono in uno scenario nel quale la crisi commerciale con gli Usa peggiora, spingendo al ribasso i prezzi alle fabbriche dato che l'escalation sui dazi ha accresciuto i timori sull'accumulo di esportazioni invendute che potrebbero far scendere ulteriormente i prezzi interni.
La ripresa iniziale delle vendite al dettaglio e una robusta espansione dell'attività industriale sono state neutralizzate dall'aumento della disoccupazione e dalle pressioni deflazionistiche, alimentando le richieste di ulteriori stimoli. In base alla congiuntura, le pressioni deflazionistiche si intensificheranno nei prossimi trimestri, man mano che diventerà più difficile per le aziende cinesi esportare l'offerta in eccesso, soprattutto se il presidente americano Donald Trump riuscirà a costruire, anche con la forza, il cordone anti-Cina con altri partner commerciali.
Mentre ha concesso una parziale tregua a decine di Paesi bloccando mercoledì per 90 giorni i dazi reciproci, il tycoon ha mantenuto in piedi e ha rialzato al 125% le aliquote contro Pechino, ufficializzata come il target principale della guerra commerciale americana.
Quest'anno i consumi sono stati al centro dell'attenzione della leadership comunista, con il contributo delle esportazioni nette alla crescita in calo che mettono in discussione l'obiettivo di crescita ufficiale del Pil cinese per il 2025 di circa il 5%. Tuttavia, malgrado gli annunci sulla volontà di fare di più per sostenere la domanda interna, gran parte della spesa fiscale mandarina è destinata ancora all'espansione del lato dell'offerta dell'economia, lasciando i consumi in condizioni di non compensare del tutto la debolezza delle esportazioni.