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18.04.2022 - 15:08
Aggiornamento: 15:42

La ‘crisi’ e il pessimismo di maniera degli investitori

Guerra in Ucraina, rialzo dei prezzi dell’energia, inflazione. Ma a dispetto di tante parole e ‘analisi’, le Borse si mantengono a livelli molto alti

di Walter Riolfi, L’Economia
la-crisi-e-il-pessimismo-di-maniera-degli-investitori
Keystone
Tra il dire e il fare...

Scrive la svizzera Pictet che le azioni statunitensi sono le «meno interessanti al mondo». Il rallentamento economico, unito a tassi d’interesse in forte rialzo, dovrebbe pesare parecchio sulla crescita degli utili societari e portare a un deciso ridimensionamento delle valutazioni azionarie. Il ragionamento non fa una piega, se non fosse che Pictet, dopo aver quasi dimezzato le stime di utili, ritiene che possano crescere «solo» del 9% quest’anno, in perfetta sintonia con l’attuale consenso degli analisti.

Tra guerra in Ucraina, balzo dei prezzi dell’energia, risalita dell’inflazione a livelli che non si vedevano da decenni e la rapida e brusca inversione delle politiche monetarie della Fed e della Bce, il pessimismo degli investitori appare più di maniera o, se si preferisce, risalta soprattutto nelle parole.

Le parole e i fatti

Nei fatti le Borse si mantengono a livelli non molto lontani dai loro massimi storici. A sentire i 329 gestori sondati da Bank of America qualche giorno fa, le attese di crescita dei profitti aziendali (mondiali) sono precipitate ai drammatici livelli di aprile 2020 (la pandemia), o a quelli dell’ottobre 2008 (la grande recessione), peggio ancora del 2001, ai tempi della bolla internet: e in tutti quei casi gli utili per azione divennero pesantemente negativi e le Borse persero tra il 40 e il 60%.

E oggi, invece? Se diamo retta al consenso curato da Refinitiv, gli utili delle aziende americane dovrebbero migliorare del 6,1% nel primo trimestre, in leggero calo rispetto al 7,5% immaginato a inizio anno, ma chiuderebbero il 2022 con una crescita del 9%, meglio di quanto si pensasse a gennaio (+8,4%). E nel 2023? Saliranno del 9,9%, pronosticano gli analisti. Vedendo quanto grava sull’economia europea lo spropositato aumento dei prezzi di gas e petrolio e quanto pesino le sanzioni applicate alla Russia, si direbbe che la sofferenza delle aziende e delle famiglie soprattutto in Eurozona sia ben superiore a quella sopportata in America, tanto più con un tasso d’inflazione salito al 7,5%.

Impermeabile consenso degli analisti

Difatti l’85% dei gestori sondati da Bofa, oltre a paventare un forte rallentamento economico, vede anche una sensibile riduzione nella crescita dei profitti societari. Ma di questi timori non c’è traccia nel consenso degli analisti: gli utili del primo trimestre sono stimati in crescita del 25,1% (oltre 10 punti percentuali più di quanto si pensasse a inizio anno) e quelli per l’intero 2022 dovrebbero migliorare del 10,1%, come già a gennaio ci s’immaginava. Se queste sono le previsioni, perché mai gli investitori internazionali ritengono le azioni europee, pur con valutazioni del 30% inferiori a quelle dei titoli dell’S&P 500, il peggior posto dove mettere i soldi, un investimento ancor più perdente delle obbligazioni, soprattutto in Italia e Germania?

Di paradossi o dissociazioni tra il dire e il fare sono pieni i mercati finanziari. Basti pensare che ad aprile, sempre secondo il sondaggio BofA, mentre il pessimismo sulla crescita economica ha raggiunto il massimo storico, e i timori di stagflazione (stagnazione più alta inflazione) siano comparabili a quelli di agosto 2008, gli investitori hanno accresciuto la loro esposizione sui titoli azionari a oltre il 65%, ossia allo spensierato livello dello scorso anno. Allora si diceva che non c’era alternativa alle azioni, poiché i titoli di Stato rendevano quasi zero; adesso non si vede altra scelta, pur con i Treasury al 2,8% o il Bund che, allo 0,76%, è ampiamente emerso dal meno 0,50% di otto mesi fa.

Certo, il prezzo delle obbligazioni può scendere ulteriormente (e il rendimento di conseguenza salire). Ma è difficile pensare che, nella prospettiva di una recessione o, comunque, di un forte rallentamento economico, le azioni possano fare meglio dei bond. Tanto più nella convinzione (ed ecco un altro paradosso dei mercati) che la Fed smetta di alzare i tassi a febbraio 2023 e inizi a ridurli a gennaio 2024, come stima Nomura e come ritengono parecchi operatori.

La negazione

In realtà nessuno vuol credere realmente alla possibilità di una recessione (o stagflazione), nessuno in cuor suo pensa che l’inflazione sarà duratura, almeno a questi livelli, e soprattutto si coltiva l’idea che la Fed (e forse anche la Bce) non si spingerà troppo oltre nell’alzare i tassi d’interesse. Un anno fa, quando i tassi erano a zero e non si prevedevano strette monetarie di questa ampiezza, il motto era «non andar contro la Fed»; adesso si grida al policy error l’errore di politica monetaria, ma il risultato è sempre lo stesso: si vendono i bond e si comprano le azioni. Si critica la Fed per aver atteso troppo a lungo, senza badare che il mercato ha sempre sottostimato sia l’inflazione sia la reazione della banca centrale: il rendimento del Treasury a 10 anni, cresciuto di un intero punto percentuale in poco più di un mese (era all’1,74% il 4 marzo), dimostra semmai che sono stati gli investitori a rimanere dietro agli eventi.

Adesso, molto si confida sui risultati trimestrali la cui campagna è già entrata nel vivo a Wall Street e sta iniziando in Europa. Ben sapendo che non ci saranno grosse delusioni e, semmai, come al solito, parecchie sorprese positive, gli investitori avvertono che, più dei risultati stessi, conteranno le indicazioni degli amministratori sul futuro andamento delle aziende. Ma è probabile che le nuove trimestrali non costituiranno un fattore cruciale per Wall Street (e le Borse europee) che da oltre tre mesi oscillano in un’ampia fascia compresa tra i record di gennaio e i minimi di metà marzo (-9,-13%). La peggior sorpresa sarebbe scoprire che margini reddituali del 12-13% fossero la conseguenza di 13 anni di tassi a zero e quantitative easing e che la presente, prospettata normalizzazione monetaria dovrà necessariamente ricondurre nella norma anche il comportamento dei mercati.

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