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26.03.2021 - 16:20
Aggiornamento : 19:00

L’accusa: ‘Miliardi a una casta bancaria che non rende’

Marc Possa, direttore di una società di amministrazione patrimoniale, punta il dito contro l’élite di manager con remunerazioni fuori scala e risultati scarsi

Ats, a cura de laRegione

Zurigo – Anno dopo anno le grandi banche svizzere hanno versato remunerazioni spropositate in relazione agli utili, sfruttando la copertura politica e il ‘fattore Svizzera’, ma rischiano di scomparire in un mondo che cambia: lo afferma un finanziere che punta anche il dito contro il sostegno statale a quella che considera una casta di manager egoisti.

Marc Possa, direttore e partner della società di amministrazione patrimoniale VV Vermögensverwaltung, è all’origine di uno dei tweet più discussi dell’anno nel mondo della finanza elvetica: l’esperto si è preso la briga di sommare i compensi (bonus compresi) versati da Credit Suisse negli ultimi 19 anni (dal 2002), arrivando alla cifra di 239 miliardi di franchi, dato che ha poi messo in relazione con gli utili netti di 41 miliardi (sei volte di meno) e con il crollo del corso dell’azione, che è stato del -82% nel periodo in questione.

Stimolato dalle reazioni, Possa – che da dieci anni amministra SaraSelect, un fondo che comprende piccole e medie società quotate in borsa e che stando al portale Cash è stato più volte premiato – ha fatto gli stessi calcoli per Ubs. Nel periodo in esame l’istituto a lungo guidato da Sergio Ermotti ha versato compensi per 345 miliardi, a fronte di utili per 64 miliardi. Questo per un’azienda che ha presentato un ritorno totale dell’investimento (che tiene conto dei dividendi) del -31% e che ha dovuto ricorrere a un salvataggio dello Stato.

I tweet dello specialista (il primo della settimana scorsa) hanno rilanciato il dibattito sul modello d’affari degli istituti finanziari. “Ecco perché chi investe a lungo termine può tranquillamente stare alla larga dalle azioni bancarie, anche in futuro”, ha commentato Matthias Geissbühler, responsabile degli investimenti di Raiffeisen.

La domanda di fondo è quindi: sopravviveranno le banche? “Sono ancora rilevanti per l’elaborazione dei pagamenti e lo rimarranno per un po’. Ma in tutti gli altri settori saranno sempre più scavalcate e la loro stessa esistenza sarà così minacciata”, risponde Possa in un’intervista pubblicata oggi dal settimanale Cash.

A suo avviso i grandi istituti elvetici godono però tuttora di un importante vantaggio. “In tutto il mondo, sia in un’ottica di denaro sporco che di denaro pulito, la ‘swissness’ sarà ricercata ancora a lungo. Ma questo non è merito delle grandi banche: è piuttosto un prodotto della nostra cultura, del nostro modo di essere e dello stato di diritto in Svizzera. La fiducia non si basa sul fatto che le grandi banche stiano facendo un buon lavoro”.

Anche fra dieci anni vi sarà il bisogno di soluzioni bancarie elvetiche, particolarmente per clienti stranieri che necessitano per i loro patrimoni di un luogo più sicuro del loro paese di origine. “Resta da vedere se questa attività sarà poi svolta da Credit Suisse o Ubs, e in quale forma. Ma la ‘svizzeritudine’ varrà ancora molto tra dieci anni”.

Cambierà il sistema delle remunerazioni che il popolo svizzero, accogliendo un’iniziativa popolare, ha definito eccessive? “No”, risponde Possa. “Questa cultura si è stabilita da molto tempo. Affinché si cambi veramente a lungo termine c’è bisogno di molto di più. I nostri sistemi sono noti per essere molto lenti e poco reattivi, sarebbe necessario uno shock o una vera crisi. Non sussiste affatto una la mentalità per un rapido cambiamento di cultura”.

“Il problema è che le grandi banche possono permettersi questo lusso”, prosegue il manager con studi a Zurigo e trascorsi presso Credit Suisse First Bostоn, Deutsche Bank e Lombard Odier. “Perché vi è troppa poca pressione”.

Il 56enne avanza l‘esempio di Urs Rohner, che dal 2011 è presidente del Cda di Credit Suisse e che alla fine d’aprile lascerà l'incarico. “Il suo operato in questo periodo è stato catastrofico: eppure è riuscito a resistere così a lungo. Ora Rohner potrebbe ancora sacrificare il Ceo Thomas Gottstein, dopo che ha già sacrificato altri. Queste persone sono intoccabili e non possono essere poste di fronte alle loro responsabilità. Non c'è nemmeno un azionista di riferimento che possa disciplinarli o rimproverarli. Non esiste una cosa del genere nell’industria finanziaria in generale, questa è una grande lacuna. Ciò spiega anche gli eccessi salariali”.

Che dire delle affermazioni delle banche, secondo le quali sono costrette a pagare compensi attraenti per avere i migliori talenti? “Mi dispiace, ma questa è una stronzata”, taglia corto l’intervistato ricorrendo al termine inglese ‘bullshit’. “Un tempo lavoravo con Steffen Meister, oggi presidente esecutivo del Cda di Partners Group, a Credit Suisse. Eravamo gli ultimi in ufficio la sera. Le persone come lui hanno una mentalità completamente diversa. Ecco perché ha portato Partners Group dove si trova ora. Le grandi banche sono in media lente e arroganti. Quindi ci vorrebbe davvero uno shock per cambiare la loro cultura”.

“Il problema è che un tale shock non viene permesso, cosa che è motivata politicamente. Stiamo socializzando e salvando tutto, purtroppo anche le cose cattive. Non c’è più un processo di selezione”, argomenta Possa. “Se si vuole essere robusti il più debole deve essere effettivamente eliminato. E non sto parlando dei socialmente più deboli, quelli hanno bisogno di essere aiutati: ma non è necessario salvare una casta arrogante di persone che offrono poco valore aggiunto se non a loro stesse. Ecco perché nessuna grande banca dovrebbe essere rilevante a livello sistemico”.

Tanto più che i grandi istituti bancari, secondo l‘esperto, perseguono gli interessi completamente sbagliati, come ha mostrato in modo a suo dire tipico il caso Greensill presso Credit Suisse. I portafogli sono pieni di prodotti con margini elevati, che non sono nell’interesse del cliente, conclude il manager.

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