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27.06.2016 - 01:000
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:15

La sinistra giusta per l’Europa del dopo Brexit secondo Varoufakis

di Yanis Varoufakis

Il referendum del Regno Unito sull’uscita o meno dall’Unione europea ha creato degli strani riavvicinamenti e degli scontri ancora più peculiari. In seguito ai conflitti interni dei Tories, lo scisma dei conservatori ha attirato molta attenzione, ma un divario simile (per fortuna più civile) si è verificato anche dalla mia parte, ovvero la sinistra. Dopo aver condotto la mia campagna contro l’uscita dall’Ue per diversi mesi in Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord e Scozia, è stato inevitabile aver attirato critiche da parte dei sostenitori di sinistra della ‘Brexit’ , o ‘Lexit’ come è poi stata ribattezzata. I sostenitori della ‘Lexit’ hanno rifiutato l’appello da parte del DiEM25 (il Movimento per la democrazia in Europa lanciato a Berlino a febbraio) per la creazione di un movimento paneuropeo volto a cambiare l’Ue dall’interno, sostenendo che il ripristino di una politica progressista comporti necessariamente l’uscita da un’Ue incorreggibilmente neoliberale. La sinistra aveva evidentemente bisogno del dibattito che è nato di conseguenza. Molti esponenti di sinistra disdegnano la facile resa di altri della loro parte politica al presupposto secondo cui la globalizzazione ha reso gli Stati nazione irrilevanti. Se da un lato è vero che gli Stati nazione sono diventati più deboli, dall’altro non si dovrebbe mai confondere il potere con la sovranità. Come ha dimostrato il piccolo Stato dell’Islanda, un popolo sovrano può tutelare le libertà e i valori fondamentali indipendentemente dal potere del proprio Stato. E a differenza del Regno Unito e della Grecia, l’Islanda non è mai entrata nell’Ue. Negli anni 90 ho sostenuto la campagna contro l’entrata della Grecia nell’eurozona proprio come il leader dei Labour Jeremy Corbyn ha portato avanti la campagna contro l’entrata del Regno Unito nell’Ue negli anni 70. Quando i miei amici della Norvegia o della Svizzera mi chiedono se dovrebbero sostenere l’ingresso dei loro paesi nell’Ue io rispondo senza dubbio di no. Ma una cosa è opporsi all’entrata nell’Ue, e un’altra è invece sostenere l’uscita dall’Unione una volta dentro. Abbandonare l’Ue può difficilmente riportare il Paese in questione alla posizione in cui sarebbe sia dal punto di vista politico che economico se non fosse mai entrato. Pertanto opporsi sia all’ingresso che all’abbandono dell’Unione è una posizione coerente. Affermare che ha senso che chi è di sinistra sostenga l’uscita dall’Ue dipende dalla possibilità da parte dello Stato nazione di garantire un terreno più fertile per portare avanti un’agenda progressista di ridistribuzione, di diritti del lavoro e lotta al razzismo, una volta libero dalle istituzioni Ue. Dipende poi anche dal possibile impatto che una campagna a favore dell’uscita può avere sulla solidarietà transnazionale. Viaggiando per l’Europa con l’obiettivo di promuovere un movimento paneuropeo che possa contrastare l’autoritarismo dell’Ue, ho percepito una forte avanzata dell’internazionalismo in posti molto diversi tra di loro quali la Germania, l’Irlanda e il Portogallo.

L’analisi di Richard Tuck

Distinti esponenti di sinistra e sostenitori della Brexit, come Richard Tuck dell’Università di Harvard, sono pronti a fermare quest’avanzata. Puntano a momenti chiave come quello in cui la sinistra ha approfittato dell’assenza di una costituzione scritta nel Regno Unito per espropriare il business sanitario privato e creare il National Health Service – Nhs (servizio sanitario nazionale) ed altre istituzioni simili. “Un voto per rimanere nell’Ue”, scrive T uck , “metterà fine a qualsiasi speranza di una politica genuina di sinistra nel Regno Unito.” Similarmente, sull’immigrazione Tuck sostiene che nonostante l’intollerabile xenofobia che domina la campagna dell’uscita dall’Ue, l’unico modo per superare il razzismo è fare in modo che il popolo britannico “si senta” di nuovo sovrano ridando il controllo delle frontiere a Londra. L’analisi storica di Tuck è corretta. L’Ue è contro progetti come l’Nhs e le industrie nazionalizzate (anche se è stato il Regno Unito, come Stato nazione, con il Primo Ministro Thatcher a dare all’Ue il suo carattere neoliberale). E forse proprio la perdita di controllo sull’immigrazione da parte dell’Europa ha alimentato il sentimento di xenofobia. Ma una volta chiusi dentro quest’Ue una campagna politica a favore dell’uscita porterà difficilmente la politica nazionale verso degli obiettivi di sinistra, direzionandola invece verso una nuova amministrazione dei Tories che rafforzeranno l’austerità ed erigeranno nuovi muri per tenere fuori i tanto disprezzati stranieri.

Contro l’Ue ma all’interno dell’Ue

Molti esponenti di sinistra non riescono a capire perché ho fatto una campagna a favore della permanenza del Regno Unito nell’Ue dopo che gli stessi leader Ue mi hanno denigrato personalmente e hanno distrutto la “primavera di Atene” nel 2015. Ovviamente non è possibile ripristinare un’agenda progressista attraverso le istituzioni dell’Ue. Il movimento DiEM25 è stato fondato con l’idea che l’unica possibilità di far sviluppare una politica progressista in Europa è andando contro le istituzioni Ue ma all’interno dell’Ue. Una volta gli esponenti di sinistra capivano bene che la buona società si conquista entrando nelle istituzioni per poi superare la loro funzione regressiva. “Dentro e contro” era il nostro motto e ora dovremmo ripristinarlo. Un altro esponente estremamente critico nei confronti di DiEM25, Thomas Fazi, crede che “data l’attuale forma del Parlamento europeo”, la Grecia sarebbe stata comunque sottomessa anche se il parlamento fosse stato più democratico. Ma la visione di DiEM25 non si basa solo sul fatto che l’Ue soffra di un deficit democratico, ma sul fatto che il Parlamento europeo non è un vero parlamento. La creazione di un parlamento vero e proprio in grado di far dimettere l’esecutivo distruggerebbe infatti “la forma attuale” del Parlamento europeo e introdurrebbe una politica democratica in grado di evitare che i creditori ufficiali possano distruggere Paesi come la Grecia. L’economista Heiner Flassbeck, collega di Fazi, sostiene che è lo Stato nazione, e non un astruso terreno paneuropeo come suggerisce DiEM25, il posto giusto per portare avanti il cambiamento. In realtà DiEM25 è focalizzata su entrambi i livelli e oltre. La sinistra, una volta, capiva l’importanza di operare simultaneamente a livello municipale, regionale, nazionale e internazionale. Perché allora sentiamo improvvisamente il bisogno di dare priorità al livello nazionale su quello europeo? Forse la critica più dura da parte di Flassbeck sul paneuropeismo radicale sostenuto da DiEM25 è l’accusa che stiamo proponendo l’acronimo Tina, ovvero “non c’è alternativa” al concetto di operare a livello dell’Ue. In realtà, se da un lato DiEM25 sostiene un’unione democratica, dall’altro di certo rifiuta sia l’inevitabilità che il desiderio di “un’unione sempre più stretta”. Oggi l’establishment europeo sta lavorando verso un’unione politica che a nostro avviso è una gabbia di ferro di austerità. Abbiamo dichiarato guerra a questo concetto di Europa. L’anno scorso quando i creditori ufficiali della Grecia hanno minacciato di estrometterci dall’eurozona e persino dall’Ue sono rimasto impassibile. DiEM25 ha dentro di sé questo spirito di resistenza, e non ci sentiremo quindi obbligati dalla prospettiva della disintegrazione dell’Ue a cedere ad un’Ue scelta dall’establishment. Per contro, crediamo sia importante prepararsi al crollo dell’Ue sotto il peso dell’arroganza dei suoi leader. Ma ciò non equivale ad avere come obiettivo la disintegrazione dell’Ue e a invitare i progressisti europei ad unirsi ai neofascisti nella loro campagna di distruzione. Il filosofo Slavoj Ž ižek, firmatario di DiEM25, ha osservato recentemente che il nazionalismo socialista non è una buona arma di difesa contro il nazional socialismo postmoderno che emergerebbe a seguito della disintegrazione dell’Ue. Ha perfettamente ragione. Ora più che mai, la scommessa migliore per la sinistra è un movimento umanistico paneuropeo finalizzato a democratizzare l’Ue.

Copyright: Project Syndicate, 2016.

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