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15.02.2022 - 20:23
Aggiornamento: 22:20
di Ugo Brusaporco

La Berlinale da Taviani al Bataclan

In attesa degli Orsi, quest’anno in anticipo, il film di Paolo Taviani e ‘Un año, una noche’ di Isaki Lacuesta

Giornate frenetiche in questa Berlinale che ha deciso di chiudere i battenti con quattro giorni d’anticipo: domani sarà già il momento degli Orsi, poi da giovedì le porte si aprono al pubblico berlinese e a chi dopo la scorpacciata di film in concorso ha voglia ancora di indagare sul ricco programma.
Atteso era il ritorno a Berlino di Paolo Taviani con ‘Leonora addio’, il primo film girato dopo la morte dell’inseparabile fratello Vittorio, al quale è dedicato.Il titolo potrebbe derivare da un romanzo del 1910 di Luigi Pirandello, vero protagonista delle vicende qui raccontate. Uso il plurale perché ‘Leonora addio’, purtroppo, è un film composto da due episodi, il primo parla delle ceneri di Pirandello, il secondo è tratto dall’ultimo racconto dello scrittore siciliano: Mentre scorrono le immagini del primo si respira aria di grande e nobile cinema, il racconto scorre con facile e sapiente grazia cinematografica. Si parte dal Pirandello morente, è il dicembre del 1936, solo dure anni dopo il Nobel, con il fascismo che lo voleva in camicia nera nel feretro e le sue volontà di essere reso cenere e sepolto tra le rocce del suolo agrigentino. Sepolta l’urna in un cimitero romano, ivi restò fino al secondo dopoguerra, quando i suoi concittadini vollero onorare i suoi desideri portando le ceneri in Sicilia. A prelevare l’urna un delegato del comune di Agrigento e il disagiato viaggio dell’uomo e delle ceneri è un pretesto per raccontare quell’Italia uscita derelitta dal conflitto. Si pensa al capolavoro, poi improvvisa la virata verso un’altra storia e il clima elegiaco si colora di inutile melodramma, per riempire quei novanta minuti necessari per andare in sala, ma non c’è interesse nel banale racconto con bassi intenti illustrativi. Peccato. Da sottolineare il sempre magistrale montaggio di Roberto Perpignani.
Due i film catalani in concorso: ‘Un año, una noche’ di Isaki Lacuesta e ‘Alcarràs’ di Carla Simón. Il primo – tratto dal romanzo autobiografico ‘Paz, amor y death metal (Tusquets)’ di Ramón González, uno dei sopravvissuti al massacro del 13 novembre 2015 nella sala parigina Bataclan – analizza quel fatto attraverso le reazioni di una coppia di giovani sopravvissuti: Ramón (un intenso Nahuel Pérez Biscayart) che è restato mentalmente distrutto dall’esperienza e la sua ragazza Céline (una bravissima Noémie Merlant) che invece tiene nascosta in se ogni emozione. Lui lascia il suo prestigioso lavoro per dedicarsi a se stesso, lei che lavora in un centro sociale affronta ogni giorno la realtà di giovani della banlieue parigina che non nascondono il loro capire i terroristi. Poi le cose cambiano e Céline esplode, incapace di trattenere le estreme emozioni vissute al Bataclan e rimprovera lui di essere stato egoista nel non capire che anche lei poteva soffrire. Ma uno spostamento percettivo introdotto casualmente verso la fine mette in gioco un tipo molto diverso di trauma. E lo spettatore resta di sasso nello scoprirlo. Ben girato e fotografato il film riesce a rendere il senso di una sconfitta, quella di chi si credeva intoccabile, come lo siamo tutti, e che invece si trova a fare i conti non con un destino avverso ma con persone contrarie al nostro modo di vivere, così spensierato, disattento, futile.
L’altro film catalano è stato il molto applaudito ‘Alcarràs’di Carla Simón, un film dedicato a una famiglia di agricoltori, al loro combattere quotidiano con la natura e con un mercato squalificato dalla grande distribuzione. Questa famiglia di Alcarràs, un piccolo villaggio della Catalogna, vive raccogliendo le pesche in un frutteto che il padrone dei terreni vuole trasformare in un grande impianto fotovoltaico, cosa che costringerebbe la famiglia a cambiare vita. Questo fatto divide anche i fratelli che guidano l’azienda portandoli a lottare tra loro. Unici a non capire la situazione sono i bambini che con la loro innocenza sono i veri protagonisti di un film che parla dell’ambiente e di un mondo che in pochi anni è cambiato non solo per colpa della globalizzazione, ma soprattutto per un’educazione e una cultura che è cambiata. Come può combattere un padre in difesa dei suoi campi se il figlio maggiore coltiva marijuana tra il mais? Carla Simón non fa crociate pro agricoltura, mostra anche le debolezze del sistema contadino come lo sfruttamento della facile manodopera dei migranti, e mostra anche la sparizione di un sistema contrattuale basato sulla fiducia. Cinema didattico carico di un buon senso ben raccontato.
Non convince invece il tedesco ‘A E I O U – Das schnelle Alphabet der Liebe’ di Nicolette Krebitz, una commediola che racconta l’amore non solo platonico tra un’attrice matura e un diciassettenne disadattato e ladruncolo. L’occasione è quella di celebrare l’arte di una grande attrice soprattutto teatrale come Sophie Rois, cha qui fa da mattatrice. Per il resto meglio calare il sipario. Su un altro piano viaggia ‘Les passagers de la nuit’ di Mikhaël Hers, un film parigino con Charlotte Gainsbourg nella parte di una donna segnata da un cancro al seno che proprio nei giorni del 1981 in cui la vittoria di François Mitterrand porta la sinistra al potere dopo 34 anni di destra, si ritrova sola con i figli. Il marito si è trasferito in un altro appartamento con la nuova compagna e lei, casalinga che non ha mai lavorato, deve inventarsi una nuova vita. Ha la fortuna di entrare come centralinista alla radio pubblica, la sua vita cambia ancora quando decide di aiutare una giovane fuggita di casa e allo sbando nella città: la ragazza entrerà nella vita di tutta la famiglia, suo figlio se ne innamorerà perdutamente e lo resterà anche quando dopo anni ritornerà al loro portone stremata dall’eroina. Un film su piccole cose che sono grandi cose, un film sulla dignità e sull’umanità da non perdere mai, un film che vive nella luce dei suoi personaggi e nella bravura dei suoi interpreti a cominciare dalla sempre bravissima Charlotte Gainsbourg e dalla sorprendente Noée Abita. E ora ai premi: nella frenesia dei troppi film in concorso in pochi giorni pochissimi hanno fatto previsioni, i nostri favoriti sono ‘Rimini’ di Ulrich Seidl e i due svizzeri ‘La ligne’ di Ursula Meier e ‘Drii Winter’ di Michael Koch, anche se non è da sottovalutare il film tedesco ‘Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush’ di Andreas Dresen che gioca in casa.

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