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Andreas Hoefer / Pandora Film
Rabiye Kurnaz vs. George W. Bush di Andreas Dresen
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13.02.2022 - 19:06
Aggiornamento: 19:25
di Ugo Brusaporco

Cinema e politica nel fine settimana della Berlinale

Dalla Cina rurale che non c’è più ai prigionieri di Guantanamo, la lotta per l’aborto negli Stati Uniti e il colpo di Stato di Suharto in Indonesia

È una Berlinale che ogni giorno combatte contro il virus in ogni maniera, non solo attraverso i quotidiani tamponi, i posti distanziati in sale a capienza già ridotta e il coprifuoco dei locali per non permettere assembramenti, ma anche con una sala stampa trasformata in una ghiacciaia dove non bastano neppure cappotto e guanti per resistere. È la scelta di fare il Festival a Berlino d’inverno, ed era bello quando c’era la neve e vita per le strade. Qualcuno pensa che non tornerà più così, eppure i festival erano nati per far festa al cinema e oggi, con le piattaforme che gongolano con un surrogato omologato e globalizzato, i festival sono l’ultima fortificazione di un’idea, altra al commerciale, di cinema. Tornando alle sale qui, ci si rende conto di come il pubblico dei giornalisti sia assolutamente classificabile in un modello riassumibile in due parole: di razza bianca e intellettuale.

Per fortuna ci sono i film, e sono stati tanti in questo unico week-end della Berlinale. Il nostro riguardarli sulla pagina scritta comincia con un film cinese molto atteso ‘Yin Ru Chen Yan’ (Ritorno alla polvere) scritto e diretto da Li Ruijun. Il regista è noto per il suo martellante cammino nel raccontare il cambiamento epocale della Cina che segna mortalmente la vita contadina e anche in questo film, intriso di una toccante poesia, continua la sua missione che non è una lotta contro la modernità ma è una spinta a riflettere su un mondo stupidamente perduto. In fondo a chi interessa più la natura, quella che si sposa al lavoro dell’uomo? Erede di Lucrezio, Li Ruijun racconta una favola amara, quella dell’amore tra Youtie Ma (un magnifico Wu Renlin) e Guiying Cao (una memorabile Hai Qing), due reietti nella comunità della Cina rurale: lui è un solitario e burbero contadino, un generoso faticatore, lei è handicappata negli arti e si fa ancora la pipì addosso, viene da tutti derisa e picchiata. Per la comunità è il matrimonio tra due perdenti, ma nessuno ha fatto conto sul loro orgoglio che nello stare insieme risorge dall’oblio. Il loro vivere è la canzone che intona il regista: vediamo lenta e inesorabile crescere la potenza del loro amore. Succede che lui salvi il villaggio sommerso di debiti con il padrone regalando il suo sangue al padre di lui, succede che un piano pubblico decida di trasferirli tutti in un palazzone di periferia, ma soprattutto accade che improvvisa e tragica arrivi la morte di lei e che lui scopra che non c’è più motivo di vivere senza la luce di quella donna splendida nel suo essere teneramente fragile. Un grande film.

Applausi fragorosi anche per l’attesissimo ‘Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush’ (Rabiye Kurnaz vs. George W. Bush) di Andreas Dresen, film atteso politicamente oltre che cinematograficamente, perché riporta alla luce uno dei fatti più clamorosi della storia tedesca dell’ultimo ventennio: quello di un giovane di origine turca che dopo l’11 settembre 2001 venne arrestato e portato poi nel carcere di Guantanamo con il sicuro consenso dell’allora governo di sinistra guidato da Gerhard Schröder con ministro degli Esteri Joschka Fischer dei Verdi. Fu liberato dopo inumane torture solo grazie all’intervento di sua madre che con l’aiuto del suo avvocato, Bernhard Docke, riuscì a smuovere non solo l’opinione pubblica ma anche la Corte Suprema degli Stati Uniti che sconfessò il presidente Bush, grazie anche al nuovo governo tedesco guidato da Angela Merkel. Il film racconta tutto questo senza pigiare sull’acceleratore della drammaticità, ma celebrando l’umanità dei protagonisti. Nella parte della madre, Rabiye Kurnaz troviamo la spumeggiante Meltem Kaptan mentre in quelle del caparbio avvocato c’è il bravissimo Alexander Scheer. Lo spettacolo merita davvero gli applausi. Ancora un tema importante, ma con minor forza, viene posto da ‘Call Jane’ della regista Phyllis Nagy, un film sull’aborto che sposa con rigore il più complesso tema, spesso dimenticato: la vita della partoriente. Siamo negli Stati Uniti degli anni Sessanta, qui una casalinga Joy (una efficientissima Elizabeth Banks) si ritrova inaspettatamente di nuovo incinta, il suo medico l’avverte che questa gravidanza tardiva rappresenta una seria minaccia per la sua vita. Il consiglio dell’ospedale, tutto maschile, rifiuta la possibilità di aborto. Sua unica possibilità è data da un gruppo clandestino di donne comuni impegnate a offrire scelte a donne come Joy. Lei decide di abortire, di più si unisce al gruppo di donne guidate da Virginia (un’impegnata e puntuale Sigourney Weaver), giungendo ella stessa a fare aborti gratuiti alle fasce di persone più deboli. Film ben montato e fotografato, con un impianto classico di commedia ma con un risvolto sociale e politico di fondamentale importanza. Sulla stessa linea che comprende un bel lavoro di fotografia, pulizia di montaggio e buona guida degli attori si pone ‘Nana Before, Now & Then’ dell’indonesiana Kamila Andini, anche qui siamo nei favolosi Sessanta e il film racconta di una donna che si trova a vivere un momento in cui gli ideali pesano decisamente sul quotidiano: siamo nel periodo del colpo di Stato di Suharto che spodestò Sukarno e portò a una violenta epurazione anticomunista. Nana è una giovane donna sposata con uno dei ribelli, fatta prigioniera e non sapendo la fine del marito è costretta, sotto la minaccia dell’assassinio del padre, a sposare un potente uomo della fazione al governo. Passano gli anni, lei è ora una signora piena di gioielli con tre figli, ma non ha dimenticato le sue origini politiche. D’improvviso riappare il suo primo marito che credeva morto, e il suo cuore ricomincia a battere, dovrà decidere tra una nuova indipendenza o il restare nel mondo dorato. Interessante film che svela un’epoca poco conosciuta in occidente. Il film però ha creato un problema, perché nei titoli di coda tra tanti ringraziamenti per la produzione appare il nome di Carlo Chatrian, il direttore del Festival di Berlino, e il film è in Concorso, c’è chiaro un conflitto d’interesse. Un fatto che qui fa discutere.

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