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I giurati, quelli che c'erano (Keystone)
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05.03.2021 - 20:18
di Ugo Brusaporco

Berlinale, gli Orsi digitali salutano senza rumore

Quello che resta, di una giuria e di un non festival che ha voluto un palmarès

C’è un’attualità immensa da pensare in ‘Természetes fény’ (Natural Light) dell’ungherese Dénes Nagy, premiato per la miglior regia a questa Berlinale digital: una frase, un racconto, che viene fatto al protagonista, un sottufficiale ungherese, destinato dalla Germania nazista a controllare tra il 1941 e il 1944 un vasto territorio tra Ucraina e Unione Sovietica infestato da partigiani comunisti, da un ufficiale suo superiore e amico. Un racconto che dice di un bambino assaltato da un orso e salvato da un cane. L’ufficiale dice di un cane che diventa il solo e irrinunciabile amico di quell’uomo che ha appena bruciato vivi gli abitanti di un villaggio, un fedele amico che gli arsi vivi non hanno. Un’umanità che ha come riferimento i cani fa pensare non solo ai lager nazisti, o a ‘Umberto D’ di Vittorio de Sica, o alle pubblicità che invadono il piccolo schermo e non solo, ma all’impossibilità di una vera esistenza umana che ancora il film di Dénes Nagy mette in discussione.

Di più, un film come troppi ignorati dalla giuria guidata dalla ungherese Ildikó Enyedi e non dimentichiamo composta dall’israeliano Nadav Lapid, dalla rumena Adina Pintilie, dall’iraniano Mohammad Rasoulof, dall’italiano Gianfranco Rosi e dalla bosniaca Jasmila Žbanić, che ha lasciato fuori palmarès il più provocante dei quindici film in questa competizione senza stelle luminescenti. Pensiamo a un film come ‘Ras vkhedavt, rodesac cas vukurebt?’ (Cosa vediamo quando guardiamo il cielo?) del georgiano Alexandre Koberidze, forse l’unico film della competizione capace di raccogliere la modernità del nostro confuso tempo. Un film che si ambienta favolisticamente nel mondiale del 2014 senza dimenticare ‘Un’estate italiana’ di Giorgio Moroder cantata da Gianna Nannini nel mondiale 1990. Un film sulla gioia del calcio e dell’amore, sull’oggi precario ma sopportabile, sulla fotografia e il cinema che mentono sulla realtà. Su un pallone che calciato dai bambini finisce sulle onde di un fiume agitato. Sulle bambine che riscattano il loro non essere maschi vincendoli a pallone. Un film sulla casualità del vivere e del futuro. Un film che non poteva interessare a una giuria incapace di uscire dal cliché di un Orso d’Oro annunciato come è stato l’atteso ‘Babardeală cu bucluc sau porno balamuc’ (Bad Luck Banging or Loony Porn) di Radu Jude, un film che accontenta ma non sorprende.

Il Gran Premio della Giuria è andato a un film carico di già visti come ‘Guzen to sozo’ (Wheel of Fortune and Fantasy) di un retorico Ryusuke Hamaguchi, Quasi necessario, e vediamo la mano del giurato italiano, il Premio della Giuria al didattico ‘Herr Bachmann und seine Klasse’ (Mr Bachmann and His Class) di Maria Speth: un film sulla scuola, la maggior vittima di questa pandemia ma anche delle politiche statali e civili precedenti, che però non ha la potenza di ‘Entre les murs’ diretto nel 2008 da Laurent Cantet, ma è onesto nel suo dire.

Il premio Miglior performance da protagonista, che da quest’anno sopperisce ai premi per il miglior attore e alla miglior attrice in nome di una pari dignità interpretativa – fatto che ha già provocato grosse polemiche, che in questo momento non affrontiamo lasciando al lettore le sue considerazioni – è andato a Maren Eggert per ‘Ich bin dein Mensch’ (I'm Your Man) di Maria Schrader. E ancora il premio per Best Supporting Performance (attore o attrice non protagonista) a Lilla Kizlinger per ‘Rengeteg - mindenhol látlak’ (Forest - I See You Everywhere) di Bence Fliegauf. Sembra quasi dovuto l’Orso d’argento per la sceneggiatura a Hong Sangsoo per il suo ‘Inteurodeoksyeon’ (Introduction) film che non esce dalla sua linea autoriale. Mentre come sempre troviamo sovrabbondante e consolante il premio per un eccezionale contributo artistico a Yibrán Asuad per il montaggio di ‘Una película de policías? (A Cop Movie) di Alonso Ruizpalacios, di certo un film non “eccezionale”. Ma questo è quello che resta, di una giuria e di un non festival che ha voluto un palmarès.

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