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‘Le monde après nous’ opera prima del francese Louda Ben Salah-Cazanas
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04.03.2021 - 18:30
di Ugo Brusaporco

A Berlino sboccia il cult movie 2021

Nella sezione Panorama spunta ‘Le monde après nous’ di Louda Ben Salah-Cazanas. E ancora le opere di George Peter Barbari e Salomé Jashi

La bellezza di scoprire i film di un festival è trovare quello capace di diventare cult perché fa esplodere la gioiosità del cinema. Un film che canta vita e finzione: pensiamo a quello che hanno significato in vari festival ‘The Artist’ o ‘Gloria’ o ‘La La Land’ o ‘Drive’, film che vivono dell’essere cinema. Ed ecco che dai meandri di questa Berlinale, nella sezione Panorama, spunta ‘Le monde après nous’ opera prima del francese Louda Ben Salah-Cazanas, un ritratto dei nostri giorni con giovani che sperano, che lottano, non solo per essere oggi, ma per avere un domani vivibile, da vivere, dove essere un rider diventa un ridicolo ricordo. Un film che canta l’amore tra due giovani che hanno il coraggio di rischiare di amarsi, di arrivare al matrimonio senza anelli, perché non servono a regalare eternità. Un film che celebra l’amicizia che è il condividere. Un film che rispolvera senza imitarla l’idea di libertà della Nouvelle Vague, raccontando di Labidi e di Elisa (rispettivamente gli straordinari Aurélien Gabrielli e Louise Chevillotte) lui giovane che è riuscito a pubblicare un suo racconto e ora ha un’offerta per scrivere un nuovo romanzo, lei studentessa di teatro. Lui vive a Parigi in un appartamentino così piccolo da avere spazio solo per un letto singolo, la doccia è incassata nel muro, il fatto è che lo condivide con il suo corpulento amico Alekseï alternandosi in turni di sonno nel letto e su un materassino da campeggio. Lei vive a Lione con il padre, dopo il divorzio dei suoi. Proprio a Lione abitano i genitori di Labidi ed è così che i due si incontrano innamorandosi presto. Economicamente sopravvivono: lui guadagna un minimo come rider e per il resto lo aiutano i genitori, lei è aiutata dal padre. Eppure decidono di andare a vivere insieme, lui prende un appartamento: sono 1200 euro al mese e vuol dire lottare e vuol dire credere di farcela. Non si arriva al lieto fine gratuitamente come nelle favole. Di rilievo la scrittura e la regia di Louda Ben Salah-Cazanas, tutto è guidato alla perfezione e di gran aiuto è la fotografia di Amine Berrada. Non si aspetta la parola fine per alzare il volume e ballare con loro. Questo è cinema!

Ma cinema, e importante sono anche ‘Death of a Virgin, and the Sin of Not Living’ opera prima del libanese George Peter Barbari, sempre in Panorama, e ‘Taming the Garden’ della georgiana Salomé Jashi, film coprodotto dalla Svizzera. Il titolo del primo, ‘Morte di un vergine e il peccato di non vivere’ racconta di un giovane, Etienne, che con tre amici decide di recarsi da una prostituta per avere rapporti sessuali per la prima volta; per farlo devono allontanarsi molto da casa, per non essere riconosciuti, per questo intraprendono un viaggio in cui si sviluppa la complessità dei loro rapporti e quella dei rapporti con gli altri. Arriveranno già cambiati all’esperienza con una prostituta che detesta dover far perdere la verginità a dei giovani, ed Etienne resterà segnato da quel rapporto con quella donna il cui viso gli ricorda la madre, la sorella, una bambina vista nel viaggio. Ma il regista va oltre la storia che racconta visivamente, affida a ognuno dei suoi protagonisti la consapevolezza del loro futuro, della fragilità della propria vita, della morte che verrà, e questo costringe lo spettatore a guardare oltre i visi dei protagonisti per trovare tanti specchi in cui cercare il proprio esistere.

In profondità lavora anche Salomé Jashi che nel suo ‘Taming the Garden’ ci racconta il destino di un albero e quello dei suoi fratelli e delle sue sorelle alberi, costretti schiavizzati da una folle umanità. Protagonista è un enorme e altissimo albero divenuto preda di un uomo estremamente ricco e politicamente potente che raccoglie vecchi e maestosi alberi, che ha fatto estrarre in vari luoghi e portato nel suo giardino. Il suo destino è di lasciare la foresta in cui è cresciuto e scoprire la violenza distruttiva che l’uomo è capace di avere per i suoi capricci. La regista non ci risparmia nulla, ci mostra gli uomini che tagliano la foresta intorno, preparano strade, distruggono con ruspe le rocce e scavano in profondità intorno all’albero. Uomini che preparano una base sotto l’albero per sollevarlo con parte delle sue radici, e potenti camion che su bancali rinforzati trasportano l’albero verso il mare per inviarlo alla casa dell'uomo ricco, mentre gli abitanti del villaggio vicino discutono se hanno avuto abbastanza soldi. Si resta allibiti di fronte a tanta imbecillità umana e poi vedere quella pianta che naviga nel mare e sembra stupita di fronte a tanto azzurro è scena indimenticabile. La bellezza del cinema essere testimone. E oggi arrivano gli Orsi digitali.

 

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