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‘As I Want’ di Samaher Alqadi
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03.03.2021 - 19:050

Un mondo violento alla Berlinale

Al festival di Berlino troviamo ‘As I Want’ della palestinese Samaher Alqadi e ‘Azor’ dello svizzero Andreas Fontana

Si tratta di intercettare immagini, di fermarle, di scoprire un film. Era quello che si cercava? Domanda inutile se un festival è la possibilità di vedere film, questa Berlinale non in presenza, aleggia confusa e perfetta, tolta l’umanità dell’essere pubblico in sala, resta la solitudine di tanti astronauti, chiusi nelle loro case, a scoprire nei film nuovi mondi o a provare a capire il nostro oggi. E ci sentiamo come Jean Rochefort in quel piccolo grande capolavoro che è ‘I cani di Gerusalemme’ di Fabio Carpi, dove il protagonista è un cavaliere che invece di andare alle crociare decide di percorrere gli stessi chilometri girando intorno al suo castello per evitare i pericoli. Solo che qui nessuno va alla Berlinale, ed è un peccato perché indispensabile è il confronto su film che ti costringono a ripensare, e ne abbiamo incontrato diversi in queste ore, per esempio un film come ‘As I Want’ della palestinese Samaher Alqadi al suo primo lungometraggio dopo importanti corti che ne hanno determinato un personale e riconoscibile linguaggio. Qui, nella sezione Encounters, ha portato il lancinante urlo delle donne stanche di essere oggetto di stupro e disprezzo sociale. Ci riporta al Cairo il 25 gennaio 2013, dove una serie di violenze sessuali gravi ai danni di ragazze – se ne contano ufficialmente quasi un centinaio – avviene in piazza Tahrir il giorno del secondo anniversario della rivoluzione. Ci mostra le immagini di uno stupro nascosto dalla folla complice. Ci mostra la testimonianza di una delle amiche delle vittime, il suo racconto raggela, persino nell’ambulanza che le raccoglie, persino alla centrale di polizia dell’ospedale dove i poliziotti tentano la violenza con la scusa di controllare la violazione della verginità. Poi le immagini ci riportano da lei, la regista, incinta che parla alla bambina che cresce dentro di lei e le annuncia il faticoso destino di essere donna e insieme l’abbagliante luce che determina l’esserlo. E il suo parlare di donne che lottano, di donne che si ribellano a credi religiosi profondamente maschilisti, a una società fatta a immagine maschile, ci porta a camminare nell’emblematica storia dell’ultimo decennio in Egitto. Poi tornata a casa dei suoi genitori a Ramallah, si ferma dolente sulla perdita della madre, di una donna che ha vissuto di pochi lampi di luce pur con un uomo gentile, ma era la condizione del loro matrimonio. E affiorano i ricordi, la sua infanzia e poi il suo fuggire da una maledetta atavica condizione di donna. Film intenso, duro nel suo essere chiara denuncia, senza respiro, come il trovarsi ad aver paura camminando per strada solo perché si è donna. Samaher Alqadi merita applausi.
Sempre nella stessa sezione sorprende un’altra opera prima: ‘Azor’ dello svizzero Andreas Fontana. Il regista ginevrino ha girato prima diversi corti, riuscendo ad essere premiato anche a Visions du Réel. In questo film Fontana ha come preziosa spalla il premiatissimo Mariano Llinás, per una storia che ha innanzitutto il merito di essere raccontata bene sia come scrittura, ma soprattutto come linguaggio cinematografico; la bella fotografia è di Gabriel Sandru. Il film ci porta nella Buenos Aires della dittatura militare per elegantemente mostrarci la corruzione politica, civile, clericale di un potere fondato sul terrore e sulla mancanza di condivisione del futuro di un Paese destinato a essere venduto a prezzo di saldo. Di questo si rende conto il protagonista, il banchiere privato svizzero Yvan De Wiel: si reca con la moglie Inés a Buenos Aires per cercare il suo partner René Keys, incaricato di mantenere i rapporti con i ricchi clienti argentini e misteriosamente scomparso. Nel film non si versa una goccia di sangue, ma il sangue invade ogni situazione, ogni parola. La violenza e nell’esistere di quel mondo che il banchiere è costretto a condividere, per non morire? O perché è il suo mondo?
In altro modo la morte aleggia anche nel bellissimo ‘Juste un mouvement’ del filmmaker, visual artist e autore Vincent Meessen, presentato al Forum. Il film è un omaggio all’intellettuale, rivoluzionario anticolonialista e artista Omar Blondin Diop, un personaggio straordinario che Jean-Luc Godard volle nel suo ‘La cinese’ come esegeta di Mao, lui che era al fianco di Daniel Cohn-Bendit che preferiva Foucault al libretto rosso. Lui morto giovanissimo ucciso in carcere, chiuso nella prigione di Gorée al largo della costa di quel Senegal guidato da Léopold Sédar Senghor, poeta e presidente del Senegal indipendente, fautore di Négritude e crudele verso chi non accetta di essere suddito ma artista libero. Quello stesso Senegal che oggi prova il peso del ‘soft power’ cinese. Il film corre tra passato e presente, tra Parigi, Dakar e Pechino, tra fiction e documentario, tra il comunismo delle idee e il fascismo dei singoli, tra albe di sogni e tramonti maledettamente tristi. L’omaggio è stupendo, resta il rimpianto per una vita chiusa tra il 18 settembre 1946 e l’11 maggio 1973; una vita che resta viva nel cinema di Godard e in questo film che ha saputo celebrarlo.

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