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14.10.2020 - 06:000

Festival diritti umani, due film sulle identità negate

La prima giornata si apre, oggi, con ‘Im Feuer’ di Daphne Charizani e ‘Welcome to Chechnya’ di David France

Una fiction sulle donne combattenti curde e un documentario sulla violenta persecuzione della comunità Lgbt in Cecenia. Il Film festival diritti umani Lugano si apre oggi con due lungometraggi molto interessanti per quanto impegnativi, anche se per motivi diversi: ‘Im Feuer’ di Daphne Charizani, proiettato al Cinestar alle 17.45, e ‘Welcome to Chechnya’ di David France che alle 20.30 aprirà ufficialmente la settima edizione della manifestazione.

Iniziamo da quest’ultimo: France ci accompagna in Cecenia, dove essere omosessuali o transessuali significa perdere ogni diritto, essere picchiati, imprigionati, torturati, uccisi. Qui, protetti dall’anonimato di nomi fittizi e volti digitalmente alterati – una soluzione interessante, che protegge i sopravvissuti lasciando intatta la forza della loro testimonianza come un’immagine sgranata non saprebbe mai fare – incontriamo alcune persone scampate alle persecuzioni grazie al Russian Lgbt Network, associazione che riesce ad assicurare la fuga di chi rischia la vita semplicemente perché ama una persona del suo stesso sesso o non si riconosce nel proprio sesso biologico.

Nel suo raccontare France dimostra una notevole abilità cinematografica: il documentario si apre come un film di spionaggio, con l’attivista David che, al telefono, ascolta quel che gli dice Anya. Suo zio ha scoperto che lei è lesbica e se non accetterà di fare sesso con lui, lo racconterà al padre, e per lei sarà la fine. Si inizia a organizzare la fuga, unica possibilità di salvezza per Anya, ma il film di spionaggio invece di prendere il via, lascia il posto alla dura realtà del documentario. Per fortuna, insieme ad atroci “videotrofei” di virtuosi cittadini liberi, per non dire incoraggiati, di picchiare gli omosessuali e documentare le proprie prodezze, abbiamo anche dei momenti di tregua e speranza, come quando in aeroporto un sopravvissuto può finalmente riabbracciare il suo compagno.

France ci racconta una realtà atroce e apparentemente lontana. Ma bastano i pochi minuti che dedica a dare un minimo di contesto al film per bloccare facili illusioni di essere al riparo da tutto questo: mentre ci presenta Ramzan Kadyrov, “l’uomo forte” che Putin ha voluto per guidare la Repubblica russa di Cecenia, è difficile non riconoscere che la retorica machista di esaltazione della virilità e della tradizione non è un’esclusiva cecena o russa.

Apparentemente più semplice, ‘Im Feuer’ ci presenta Rojda (la brava Almila Bagriacik), una ragazza curda cresciuta con gli zii in Germania. La incontriamo in un campo profughi greco, dove cerca la madre e la sorella per portarle con sé in Germania: ma solo la madre ha lasciato il Paese martoriato dalla guerra, la sorella Dilan è rimasta in Iraq per combattere l’Isis. Soldata dell’esercito tedesco, Rojda si farà mandare in missione in Iraq: ufficialmente per istruire le combattenti curde, di fatto per cercare la sorella, parlarle, cercare di convincerla a riunirsi al resto della famiglia. Non a caso il titolo internazionale del film è ‘Sisters Apart’.

Il film di Daphne Charizani ci parla di guerra, della violenza che subisce il popolo curdo, della tenacia delle sue donne. Ma il suo non è un film di guerra o un ritratto delle combattenti curde, almeno non solo: senza retorica, ci invita a riflettere sulla ricerca della propria identità. Rojda appartiene a due mondi e a nessuno, è tedesca – identità che deve riaffermare con fermezza al campo profughi greco – ed è curda, come le ricorda continuamente la madre, la intensa Maryam Boubani. È una donna in un mondo, quello dell’esercito ma non solo – è di nuovo una scena al campo profughi a rilevarlo –, maschile prima ancora che maschilista. 

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