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16.09.2020 - 22:240

‘Edelweiss Revolution’, non è mai troppo tardi per lottare

La rivoluzione di alcuni “reduci” del Sessantotto nel convincente finto documentario Fred Baillif

In Svizzera, non si muove niente. Come le montagne: crescono, poi il vento, la pioggia, l’erosione. Eppure in questa “inerzia totale” ogni tanto capita un bel film come ‘Edelweiss Revolution’, commedia di Fred Baillif che si apre appunto con queste parole sull’immobilismo elvetico, pronunciate dal curioso personaggio di Jean-Luc Bideau.
“La suisse, rien ne bouge. Comme les montagnes. Elles grandissent, et puis il y a le vent, la pluie, l’érosion. Mais à l’échelle humaine, c’est l’inertie totale”. Poi, certo, anche in Svizzera si è fatto ‘bordel’ nel 1968 e appunto, i protagonisti di questo “falso documentario” sono alcuni reduci di quella stagione di contestazione. Jean detto Gino, Alain, Nadia, Michel, Myriam, André si sono battuti per l’introduzione del servizio civile, per far sì che chi non credesse nella guerra e nella violenza di Stato avesse un’alternativa alla prigione. È una storia interessante, quella del “Manifeste pour un service civil à la communauté”: un piccolo gruppo di studenti universitari e operai che decidono di impegnarsi, la volontà di creare un centro multiculturale, l’indignazione per la pubblicazione del libretto rosso della Confederazione, il volume ‘Difesa civile’ nel quale si indicano movimenti pacifisti e di sinistra, sindacati e movimento antinucleare come nemici della patria. La messa in discussione dell’esercito, la cui vera funzione, più che aiutare il Paese, sembra il mantenimento della separazione tra classi sociali – e la volontà di indicare un vero “servizio alla comunità”, nel quale tutti – anche le donne che allora non avevano diritto di voto – possono dare il loro contributo.
Una storia importante da ricordare e da raccontare. Ma, appunto, come raccontarla? Una possibilità è il classico documentario, nel quale si ripercorrono gli eventi, alternando immagini e filmati d’epoca, documenti, interviste ai protagonisti. Oppure un lungometraggio di finzione, in cui si mischiano verità e veridicità, premettendo un generico “ispirato a una storia vera”.
‘Edelweiss Revolution’ percorre entrambe le strade: partendo dall’autentico incontro di alcuni di questi attivisti, e dalla decisione di realizzare davvero un film su quel periodo – con un gioco di “cinema nel cinema” forse non particolarmente originale ma ben fatto –, si passa alla finzione, con un finale un po’ straniante e che può lasciare, oltre che sorpresi, un po’ storditi. Ma del resto perfettamente coerente con un film che decide di ricordare il passato non tanto narrando quanto accaduto – la storia ricordata poco sopra proviene dal materiale per la stampa, nel film viene solo accennata –, ma portando su schermo l’entusiasmo di chi, cinquant’anni fa come adesso, ha ancora voglia di combattere per quello in cui credeva e crede, perché il ’68 è un capitolo chiuso nei libri di storia, ma qualcuno per quelle idee e quegli ideali ancora vuol lottare. E qui ci si ricollega a una votazione popolare contro la fabbricazione e l’esportazione di armi, la morte di una giovane recluta, nipote di uno dei protagonisti, per un colpo accidentale sparato durante un’esercitazione, le difficoltà di chi ancora adesso sceglie il servizio civile, persino un improbabile azione di sabotaggio di una fabbrica di armi. Oltre, naturalmente, a un po’ di nostalgia e qualche rimpianto.
Il risultato è, come detto, un bel film. Forse qualche volta il passaggio dalla realtà alla finzione non scorre liscio come dovrebbe, mai personaggi – quelli veri e quelli finti – sono ben caratterizzati e le trovate divertenti si succedono con buon ritmo.

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