Sandro Schneebeli
Parole parole
07.10.2019 - 13:550

Schneebeli in the dark

Dall'esperienza musical-sensoriale dei 'Suoni al buio' alla 'solitudine' di Estival 2018: nel piccolo paradiso di Curio, intervista al chitarrista ticinese

«Due anni fa in India suonammo in una grande sala. Mi coordinai con l’ambasciatore, con gli organizzatori; era importante che passasse l’informazione a tutti, che tutti sapessero che avremmo suonato al buio. Durante il concerto, quello che credo fosse il custode entrò forzando la plastica nera con la quale avevamo sigillato porte e finestre, illuminandoci con una pila e chiedendo: “What are you doing here? Why are you playing in the dark?”. E poi ci sono i bimbi con le scarpe che lampeggiano...».

Ascoltare musica in totale assenza di luce, accompagnati al proprio posto da una guida cieca, percependo qualcosa che non è soltanto suono, comporta variabili delle quali chi ha già avuto il piacere di assistere ai ‘Suoni al buio’ di Sandro Schneebeli e Max Pizio forse non tiene conto. Per esempio, quella che per ottenere il buio non è sufficiente abbassare le tapparelle, soprattutto se il concerto si tiene nella Galerie Urs Reichlin di Zugo, le cui mura sono grandi vetrate. Il preconcerto dei due musicisti, in casi simili, può durare anche due giorni, per oscurare ogni angolo. Stipiti e spifferi inclusi. «È un allestimento. Diciamo che mi sento come Christo, l’artista. Potrei farmi chiamare ‘Lo Spirito Sandro’».

Suoni dall’Universo

Nella sua casa di Curio, con alle spalle un dipinto che è uno dei segni tangibili del passaggio su questa terra di Claudio Taddei, Schneebeli ci parla della settima stagione di un’esperienza sensoriale che torna con quaranta concerti in Svizzera; ma le luci si spegneranno anche in Germania (Costanza, in gennaio), in Cina (Shanghai, Hong Kong e Pechino, in ottobre) e negli Stati Uniti (date di prossimo annuncio). «Dopo sette anni – spiega il chitarrista – c’è una novità che viene anche dalla necessità di portare ancor più al di fuori dei confini ticinesi il progetto». La novità è Max Pizio, non più soltanto musicista al suo fianco, ma «la metà di un team». Fondamentale per uno come Sandro che si è sempre occupato di tutto, fino alla locandina.

Nuovi elementi di suono a parte (dei quali nulla si saprebbe nemmeno sotto tortura), «manterremo i 432 Hz – dice Schneebeli –, frequenza con la quale saranno accordati tutti gli strumenti e che si dice sia più calda e vicina al cuore». Stando a teorie new age, «la frequenza dell’Universo». Novità di quest’anno sono pure i ‘Suoni al buio family’, graficamente sintetizzati con un pipistrello ‘intrattenitore’, la voce fuori campo che conduce grandi e piccini (con candele a batteria da spegnersi poco prima dell’inizio) fino allo spettacolo; in aggiunta all’abituale guida cieca messa a disposizione dall’Unitas per gli otto concerti ticinesi della stagione.

‘Zio, non è spaventoso come sembra’

I ‘Suoni al buio Family’ (undici quelli programmati per quest’anno) nascono dal presupposto che molti adulti non vivono l’esperienza con i propri figli per paura di disturbare. E dunque, da progetto pilota 2018 «per sondare la reazione», diventano undici occasioni per partecipare a ranghi compatti: «In questi anni – continua Sandro – sempre più famiglie hanno cominciato a seguire i concerti e ci siamo resi conto che il progetto poteva davvero essere per tutti. Dai cinque anni in su, i bambini sono coloro che forse più colgono l’intenzione rispetto all’adulto che è piuttosto rigido».

E per i bimbi che dormono con la luce accesa perché hanno “paurissima del buio”? C’è modo di ricredersi: «Uno zio venne a sentirci col nipotino di sette anni, non informato sul fatto che a un certo punto avremmo spento la luce. Tornò con lui una seconda volta e ci disse che “da quel giorno vuole sempre dormire con le luci spente. Dice che il buio non è così spaventoso come sembra».

La piazza e l’Orchestra

Schneebeli ha visto l’Australia, la Nuova Zelanda, il Madagascar, l’Africa, il Sudamerica, il Nord Europa; da queste e altre terre ancora si è portato a casa quelle che lui chiama «spezie», che poi cucina insieme ai prodotti locali (la sua musica). In nome del «piccolo paradiso» in cui è felice di vivere, il momento d’oro di un’intera carriera è attualmente una cosa (molto bella) avvenuta a qualche chilometro da Curio. «Fu una grande sfida. Per i quarant’anni di Estival Jazz proposi a Jacky Marti un set solo chitarra, paurosamente in contrasto con un palco così grande sul quale ti aspetti una band, un groove, l’energia. A Jacky l’idea piacque. Però non fu un concerto facile perché mezz’ora prima dell’inizio mi venne comunicato che l’Osi al completo si sarebbe seduta dietro di me per problemi logistici», pronta per la diretta tv. «Quella sera, la preoccupazione non fu quella di avere tre-quattromila persone davanti a me, ma i sessanta grandi musicisti che mi sedevano intorno. E quindi mi lanciai a testa bassa. Ricordo un momento molto forte a livello di performance, emotivo e di contatto col pubblico, e rispondere a qualche domanda sulla mia musica che arrivò da alcuni professori».

A parti invertite

Proviamo noi, per una volta, a far chiudere gli occhi a Sandro Schneebeli, proponendogli un viaggio a ritroso. Cosa vedi? «Vedo un ragazzino che ha scoperto la chitarra per puro caso. A casa mia ce n’era sempre una appesa al muro, ma partendo dal presupposto che non ero in grado di suonarla, il massimo che potevo fare era guardarla con rispetto. A sedici anni ho incontrato un ragazzo che nelle cantine del liceo improvvisava un giro blues e mi sono incantato. Mi sono fatto spiegare la posizione, sono tornato a casa e credo di aver suonato per i primi tre mesi soltanto il primo accordo, poi per altri tre mesi il secondo». Autodidatta del blues, la voglia di fare le cose sul serio gli viene in Francia: «Avevo deciso di fare il musicista di strada, ma nei metro di Parigi non tiravo su un soldo, e il motivo stava semplicemente nel fatto che suonavo malissimo. Allora mi sono trasferito a Berna, alla scuola di jazz, e ho studiato».

Berna, non Londra, non Berlino, non New York, città del jazz: «Mi accorgo di avere sempre fatto il contrario, perché ho sempre cercato il contatto con la natura. Berna è piccola rispetto alle città che ti ho elencato, ma ha sempre avuto un gran giro di musicisti, persone con le quali collaboro ancora. Ho suonato a Boston, a San Francisco, ma mai a New York. Le mie radici mi hanno ricondotto qui, dove continuo a fare musica con l’intenzione di non chiudermi nei confini di questo Cantone». Cantone che piomberà nell’oscurità più totale il 30 novembre a Lugano (tre spettacoli), il 7 dicembre a Verscio (due) e il 18 e 19 gennaio a Croglio (tutte le date del tour su www.suonialbuio.ch).

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