Cannes
16.05.2019 - 00:160

‘The Dead don’t Die’. Ma la pop art sì

Ambientato in un mondo trumpiano perfettemente realizzato, tra zombie e alieni il film di Jim Jarmusch ha aperto il festival di Cannes

Non poteva che aprire con un film come The Dead don’t Die di Jim Jarmusch questa edizione numero 72 di Cannes, autore scomposto e qui incapace di piegarsi a una logica cinematografica videodipendente, per ricamare un film che glorificando la pop art insieme a qualche sbadiglio ne ufficializza il decesso.

Riprendendo la strada di George A. Romero e del suo Dawn of the Dead, film che da poco ha compiuto i quarant’anni, compresi anche i tanti epigoni, e mischiando queste reminiscenze con i vari film anni Cinquanta sugli extraterrestri e le loro invasioni alla Terra, Jarmusch ci porta in un paesino della periferia americana. Una cittadina dove l’idea del suprematismo bianco non muore anche avendo come miglior amico un nero, dove l’immobilità culturale e civile è scambiata per pace sociale, dove la sicurezza e la tranquillità raggiunte hanno appiattito ogni curiosità, al punto che anche un cambiamento temporale, spiegato con un improvviso spostamento dell’asse terrestre, non sconvolge – come non sconvolge l’improvviso ritorno dalle tombe dei morti diventati zombie cannibali, come non stupisce l’arrivo di un disco volante. Tanto le autorità pensano solo a sminuire le idee degli scienziati.

Un mondo trumpiano perfettemente realizzato. Ma Jarmusch non confeziona un film politico: abbozza un’idea, poi va come il suo solito a interessarsi dei vari personaggi, perdendo di vista il tutto, ed ecco la bella coppia di poliziotti formata dal saggio Bill Murray e dall’allampanato Adam Driver, il primo un pacifico epicureo che ama il suo lavoro al punto di evitare il giusto pensionamento, il secondo è uno stoico pessimista che prevede senza tremori una tragica fine alla loro avventura. A guardare tutti gli eventi un cinico vagabondo, Tom Waits, che ha scelto la solitudine e le buone letture al catastrofico nulla di una società stretta tra i riti di un cattivo chardonnay come aperitivo e del mangiare male per risparmiare e nutrirsi. Tra loro si insinua una gelida Tilda Swinton nei panni di un’impresaria di pompe funebri specializzata nell’uso della katana con cui taglia alacremente le teste degli zombie.

La commedia poco drammatica ha alti e bassi e non convince, Jarmusch mette tanta carne al fuoco e si dimentica talvolta di qualche personaggio, tanto il film arriva lo stesso alla fine tra sbadigli e alcune, poche, risatine stantie.

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