Spettacoli
01.12.2018 - 11:250

Lessico per un’utopia

Incursione lampo nell’Atelier Attila per parlare con Nando Snozzidi un sogno continuo che questa sera andrà in scena al Teatro Sociale

Abiti neri con chiazze di colore discontinue che cozzano con capelli e barba nivei. In volto, un’espressione sardonica accentuata dallo sguardo intenso, racchiuso in doppie creole alle orecchie. Non si può che abbozzare un ritratto o meglio una fisionomia dell’artista Nando Snozzi, con segni schietti e materici, come mi è venuto incontro per la prima volta, pochi giorni fa, nel suo atelier di Arbedo. Quasi un’epifania, o forse un’allucinazione con la complicità del diluente per colori ad olio, di cui è intriso il locale. Prima di allora, in carne e ossa, non lo avevo mai conosciuto. Mi azzardo perciò a cristallizzare la sua figura in una sola personalissima parola: un pirata. Come il pirata sfugge alle leggi, anche Nando sfugge a coloro – e mentre lo scrivo mi rendo conto di contraddirmi – che ne vogliono definire vita e arte; che sono tutt’uno, incollandoci in fronte etichette.

Incontro il pittore nella pancia di Attila (nome del suo laboratorio): l’occasione è data da “Ipotesi per un’utopia”, azione scenica che invaderà il palco del Teatro Sociale di Bellinzona, domani, sabato 1° dicembre (alle 20.45). Lo scopo dell’incontro era farmi spiegare – non distesamente, così da non rovinare la sorpresa a coloro che parteciperanno – questo progetto. La chiacchierata, però (e per fortuna) è stata magmatica e densa, complessa da incanalare... [Postilla che la dice lunga: il progetto è stato collocato nella rassegna “Off Limits”].

Prologo

Partiamo dai dati certi. La performance è la continuazione del “Teatro dei sensi della commedia umana” ed è la trasposizione scenica del volume “Ipotesi per un’utopia” (stampato da SalvioniEdizioni quest’anno), «da cui deriva anche tutta l’atmosfera» che avvolgerà il palco. Si tratta di «una trilogia che non si chiude con l’utopia...». Leggendo la presentazione dello spettacolo, ci si rende subito conto della densità d’immagini e significati che contiene. A tratti, il testo pare sibillino e per questa ragione, dopo aver chiesto spiegazione di alcune parole emblematiche, segue una bozza di glossario sintetico che dia, senza presunzione di esaustività, alcune chiavi di lettura.

Glossario breve

Artista: «L’artista è un testimone del tempo, senza metterla giù dura... Dal mattino, quando mi lavo i denti, io penso alla pittura; e la pittura pensa a me».

Azione scenica: «Quello che faccio io non è teatro. Se lo fosse, ci vorrebbero tre mesi di preparazione e cinque anni di studi. L’azione scenica è qualcosa che si crea scambiando le idee (con i compagni di scena e amici; ndr)».

Fiaba: «Contrapposta alla realtà, nel senso che non c’è logica, si tratta di un’azione composta di immagini, musica e testi intimi, di protesta, denuncia e speranza [tratti dal volume sopraccitato; ndr]. È una performance molto emotiva, che implica lo sguardo, l’udito e la riflessione: agli spettatori spetta lo sforzo di comprensione oppure lasciarsi andare e godere delle emozioni».

Memoria/esperienze vissute: «Sono quarant’anni che lavoro con la pittura e sono 30 anni che faccio performance... ho conosciuto diverse persone del mondo artistico. Tra virgolette: sono esperienze che ho rubato, lavorando e scambiando momenti, nel territorio artistico e nelle scelte di vita».

Pittura: «È la prima attrice in scena e la mia idea è partita dalla sua presenza obbligata sul palco. Con lei costruisco l’atmosfera, i dipinti che faccio durante lo spettacolo sono fatti di segni molto più gestuali, ma sempre figurativi e sono fatti sul momento».

Sincronia: «L’utopia è una visione dipinta con l’aiuto di testi scritti. L’utopia può essere un viaggio senza fine». Tutto inizia da un prologo che instrada gli artisti/compagni sulla scena; la strada è tracciata man mano dal pittore e attraversa la commedia umana, le sue miserie e le sue più alte espressioni, evocando figure-monstrum, allegorie... nuotando nel mare magnum della memoria fino ad arrivare a vederci per quel che siamo “ossimori viventi”.

Utopia: «Non è mai stata realizzata; per lei si sono fatte anche guerre. Se non ci fosse, la vita sarebbe grigia, triste. Per me è una speranza. Questa è un’interpretazione libera. È una sfida che metto in scena: l’utopia è il motore che mi fa muovere; nei miei quadri non la si legge, piuttosto c’è una critica della società. Attraverso la mia pittura, capisco la m*** che c’è in giro e capisco anche come fare per andare avanti e come potrebbe essere un mondo migliore».

Note di regia

La narrazione è atipica. «Durante quest’azione in divenire do una traccia da seguire, anche per la storia di immagini che si crea sul palcoscenico. Non facciamo troppe prove: a volte quando proviamo si creano momenti bellissimi e poi quando si va in scena è una grande cagata. Quindi rimaniamo sempre un po’ grezzi e in scena ci lanciamo. È molto interessante lasciare spazio all’improvvisazione, alla libertà altrui», chiosa Nando.

La scenografia. «L’ambientazione iniziale è scarna, più si avanza nella storia e più la scena si popola, diventando una cattedrale di colori».

Sul palco

Sulla scena, Nando è il pittore, maggiordomo e regista e, lungo il viaggio, avrà al suo fianco alcuni compagni: «Sono anni che lavoro con queste persone; a volte, fra di noi, non serve nemmeno parlare per dare vita a qualcosa insieme».

Lo accompagneranno i Musicisti fatali Matteo Mengoni e Rocco Lombardi; l’Attrice Raissa Avilés insieme all’adolescente titanico Attila; la Lettrice versatile Patrizia Barbuiani che interpreterà i testi; lo Straniero in cerca di patria Antonio Gonario Pirisi. E ancora Gianni Hoffman nel ruolo de “L’altro pittore”, antitetico a Nando; il Turista per caso Elio David e ancora due sculture sonore di Luca Marcionelli.

Epilogo catartico

Nando: «Soprattutto non voglio fare prediche, non voglio spiegare niente e trasmettere messaggi. Voglio provocare emozioni».

L’utopia resta un’utopia: un sogno continuo.

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