Spettacoli
11.04.2018 - 16:550

Reddito di base: il pasto gratis è possibile

Domani sera CineRoom presenta il documentario ‘Free Lunch Society’ di Christian Tod

“Non esistono pasti gratis” o, per dirla in inglese, “There ain’t no such thing as a free lunch”. Perché chi, come pare accadesse frequentemente nei saloon americani alla fine dell’Ottocento, prometteva davvero pranzi gratuiti a chi ordinava da bere, alla fine guadagnava ugualmente grazie a pietanze salate e speziate che portavano l’incauto cliente a ordinare continuamente una birra, spendendo più di quanto avrebbe pagato un pasto normale.
Il concetto è chiaro: il conto c’è sempre, solo che a volte non è chiaro chi e come lo paga. Ed è curioso che – mentre il Nuovo CineRoom propone ‘Free Lunch Society’, documentario sul reddito di base di Christian Tod, al Living room di Lugano domani alle 21 – la metafora del pasto gratis sia stata usata per spiegare il funzionamento di Facebook e in generale dei social media, gratuiti finché non si pensa allo sfruttamento dei dati personali che tanto gioiosamente affidiamo. Curioso perché proprio i mutamenti sociali ed economici della società dell’informazione – di cui i social media sono una delle manifestazioni – renderebbero possibile questa utopia del reddito di cittadinanza, o reddito di base, che sembra appunto prevedere un “pasto gratis” per tutti.

Guardare oltre le cinque stelle

Sul tema si era molto discusso, un paio di anni fa, quando si era votato sull’iniziativa popolare “Per un reddito di base incondizionato” – alla fine bocciata da quasi il 77 per cento dei votanti, anche se la Città di Zurigo potrebbe avviare un progetto pilota nei prossimi anni –, ma prima di dire qualcosa sul documentario, conviene fare qualche precisazione visto che di reddito di cittadinanza si parla molto, in Italia, dopo il successo elettorale del Movimento Cinque stelle. Il problema è che quello che loro chiamano “reddito di cittadinanza” ha poco a che fare con il vero reddito di base. La proposta dei Cinque stelle – e quelle analoghe di altri schieramenti – è infatti doppiamente vincolata: si ha diritto al reddito solo se si è al di sotto della soglia di povertà e se si cerca attivamente un posto di lavoro. Riproponendo così tre problemi che il vero reddito di base – essendo incondizionato e quindi disponibile anche ai ricchi e ai fannulloni – non presenta: i costi legati alla gestione del sistema e dei controlli; lo stigma sociale per chi chiede il sussidio; la “trappola della povertà” per cui a chi è in situazioni di povertà non conviene cercare lavoro perché ogni reddito addizionale sarebbe annullato dalla perdita di benefici sociali.
Sul tema, per chi vuole andare al di là dei limiti di un documentario, si può leggere il ben scritto ed equilibrato saggio ‘Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni’ di Corrado Del Bò ed Emanuele Murra (edizioni goWare).

Visti dal futuro

Il documentario di 95 minuti, oltre a presentarci diversi sostenitori del reddito di base incondizionato – provenienti, come si dirà, un po’ da tutti i settori e da tutte le ideologie –, si concentra su alcune interessanti sperimentazioni avviate in Canada con il progetto Mincome negli anni Settanta, in Namibia ai giorni nostri oltre al caso Alaska dove un fondo sovrano distribuisce ogni anno un assegno di un migliaio di dollari.
Tuttavia il regista ha voluto aprire il documentario con uno sguardo più ampio: un’immagine della Terra vista dallo spazio e un piccolo estratto da una puntata di ‘Star Trek: The Next Generation’, la popolare serie di fantascienza ambientata nel 24esimo secolo. In una puntata della prima stagione, l’Enterprise ricupera una vecchia astronave con a bordo tre persone ibernate nel 1994 (la puntata è del 1988). Una di queste è un ricco finanziere che non nasconde il proprio disappunto nello scoprire i mutamenti socioeconomici avvenuti negli ultimi trecento anni. «La gente non ha più l’ossessione di accumulare ricchezze a tutti i costi. Abbiamo eliminato la fame, la povertà e anche il bisogno del possesso. Siamo diventati più maturi» gli spiega paziente il capitano Picard.Una sequenza inserita non solo perché il regista Christian Tod, classe 1977, deve a quella serie il suo slancio idealistico – lo ammette in un’intervista –, ma soprattutto per la risposta del finanziere: «Non ha capito niente: non è una questione di possesso, è una questione di potere».
È forse la parte più interessante del documentario, quella dove si mette in luce come il reddito incondizionato non riguarda tanto una redistribuzione della ricchezza, ma del potere. Perché con il reddito incondizionato viene meno una importante arma di ricatto verso le classi subalterne: la perdita del lavoro. Non è un caso se una delle prime proposte moderne di reddito di base – quella del Collettivo Charles Fourier – prevede di allentare i vincoli sul licenziamento: non sarebbero più necessari. Ma il discorso vale anche per altre relazioni di dominio, ad esempio all’interno della famiglia. Questione, alla fine, di libertà, quest’ultima intesa non solo come libertà formale (avere il diritto di fare qualcosa) ma anche come libertà reale o effettiva.

Un fronte ampio (benché sottile)

Guardando il documentario si rimane sorpresi dal successo dell’idea di un reddito di base. Successo non di quantità – alla fine, come dimostra anche il risultato della votazione svizzera, l’idea non gode di ampia popolarità –, ma di qualità: a sostenere (e a combattere) il reddito di base troviamo vari colori politici, da Martin Luther King a Milton Friedman. Insieme a uomini di chiesa, imprenditori e finanzieri, troviamo anche alcuni esperti di informatica perché, come accennato, il cambiamento che la società dell’informazione sta vivendo è uno degli elementi centrali.
Se infatti nella parte iniziale del documentario l’imprenditore ecologista Peter Barnes giustifica il reddito di base con il diritto che tutta l’umanità ha nei confronti delle risorse naturali – una sorta di rimborso per il fatto che solo alcuni sfruttano la terra –, nel finale vediamo l’autore e informatico Marshall Brain presentarci un futuro in cui a creare ricchezza non sarà più il lavoro dell’uomo, bensì quello di robot e intelligenze artificiali.

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