Spettacoli
07.03.2018 - 05:500

Sfera Ebbasta, fenomeno trap: 'Sapevo che avremmo spaccato'

Nostra intervista al nuovo idolo dei Millenials, unico artista italiano a essere entrato nella classifica mondiale di Spotify

Anelli con brillanti dal dubbio gusto, capelli coloratissimi, più tatuaggi che anni. Sfera Ebbasta – al secolo Gionata Boschetti – ha le idee molto chiare e, forte dello straordinario successo che sta avendo il suo terzo album in studio ‘Rockstar’, ha la consapevolezza di essere il fenomeno del momento.

Un successo dai numeri impressionanti. Una sorpresa?

Sapevamo che sarebbe stato un disco che avrebbe spaccato, ma non pensavamo così tanto (ride, ndr). Per scherzo, prima che uscisse abbiamo ipotizzato quando sarebbero arrivate le certificazioni dell’album. Credevamo che il doppio platino (100’000 vendite, ndr) l’avremmo preso dopo 5-6 mesi. È arrivato a un mese dalla pubblicazione.

Come ti spieghi questi risultati?

Facciamo musica di qualità. Tolto il Regno Unito, siamo i migliori in Europa. E poi è un genere rivolto ai giovani. C’è tutto un contorno – da Instagram ai tatuaggi – in cui i più giovani si riconoscono. Piace perché è molto musicale e ha testi immediati: frasi corte e semplici.

T’infastidisce se dicono che fai ‘musica da ragazzini’?

No, non mi dà fastidio. Quando ho iniziato, ai miei concerti c’erano più persone della mia età. Oggi il genere è diventato molto nazionalpopolare, lo ascoltano tutti. Anche molti ragazzini.

Da oltre un mese le tue canzoni, singoli e non, dominano Spotify. Come valuti questo riscontro?

Quello è il modo in cui oggi i giovani ascoltano la musica. Non guardano la televisione, ma fanno streaming. In tv ci vado per allargare il pubblico e raggiungere chi non sa cosa siano Spotify e YouTube, chi non conosce la trap.

A proposito, quando e come ti sei avvicinato alla trap?

È un genere a cui mi sono appassionato da ragazzino, ascoltando tanti rapper americani: Chief Keef per esempio e soprattutto Gucci Mane. Il loro sound e le loro tematiche sono diverse, io ho preso spunto portandoli nel contesto italiano.

Tutto quello che esce oggi, nell’hip hop, è ispirato a questo genere.

E come hai iniziato a fare musica?

A 11 anni ho iniziato ad ascoltare il rap, a 13 ho cominciato a scrivere e a fare i primi freestyle, a 16 cercavo di capire come si facesse a registrare (ride, ndr). Dai 18 in poi ho cominciato a caricare i miei primi pezzi su YouTube.

Il successo è arrivato subito?

No. Il giorno dopo che ho pubblicato ‘Panette’ (2014) ho cominciato a essere contattato su Facebook dalle etichette discografiche. Ma prima sono passati 7-8 anni di delusioni e di molte porte in faccia. Tutti hanno un percorso da fare.

Cosa ti ha motivato a non mollare?

Ero convinto di quel che volevo fare. Ascoltavo il rap in Italia e quello all’estero e sentivo un forte dislivello. Mi sono detto: possibile che nessuno lo colmi? E poi, vengo dalla periferia. La mia situazione personale ed economica mi ha dato la fame. E anche adesso che sto mangiando, ho ancora fame.

Tornando alla trap: siete quasi tutti maschi, le donne latitano...

Ma meno male! Sulla scena americana la fanno bene e sono credibili. In Italia, no. Guardi le loro foto su Instagram e poi ascolti le canzoni e... non corrispondono. Da noi, se una donna dice determinate cose con un certo linguaggio, l’opinione pubblica ti mangia. C’è ipocrisia ancora.

Infine, con chi vorresti collaborare?

All’estero sono troppi da dire, tantissimi. In Italia, quelli coi quali volevo farlo, l’ho già fatto (ride, ndr). Mi manca Rkomi. Lui è davvero bravo. 

 

 

Approfondimento sul fenomeno trap a pagina 22 e 23 della Regione di oggi

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