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Jazz Cat Club
22.01.2018 - 10:550

New Orleans, mon amour

Intervista al pianista francese Julien Brunetaud, ospite questa sera ad Ascona con il suo quintetto

Ospite del Jazz Cat Club di stasera, alle 20.30 al Teatro del Gatto di Ascona, il quintetto del cantante e pianista francese Julien Brunetaud, musicista dal talento cristallino che ci propone con “Playgound” un coinvolgente omaggio all’R&B e al funk di New Orleans.

Julien, “Playground” è uscito da diversi mesi come album autoprodotto. Il mercato dei CD è in crisi, che senso ha ancora, oggi, a pubblicare un album?
È sorprendente, ma alla gente piace ancora partire dai concerti con un souvenir della serata. Non tutti sono connessi a Deezer o Spotify e penso che i cd o i vinili non scompariranno mai. Dipende anche dalle generazioni, ma devo dire che noi vendiamo molti CD ai concerti.

Come è stata sinora la ricezione dell’album da parte del pubblico e della critica?
L’album è stato presentato al Sunset a Parigi e ha ricevuto buone recensioni. E fino alla fine del 2018 siamo in giro a presentarlo in un tour che prevede ancora molte date.

È vero che lei è un autodidatta e che non hai mai preso una lezione di piano e di canto?
Ho iniziato da autodidatta ed è vero che non ho mai preso una lezione di canto. Però poi ho fatto dei corsi di piano con pianisti come Georges Cables, Dado Moroni, Aaron Goldberg.

Nella sua musica le fonti di ispirazione sono tante, dal rock n’roll al blues, dal funk al jazz. Su tutti però predomina lo spirito dei pianisti R&B di New Orleans. Che cosa la affascina di più in Dr. John o Professor Longhair?
Il loro funky pianistico, le composizioni, la precisione ritmica, il groove. Mi ispira molto anche la naturale versatilità della musica di New Orleans.

Che rapporto ha con New Orleans? 
Ho avuto la fortuna di registrarvi i miei primi due album e ci sono andato spesso per suonare con musicisti del posto, come Evan Christopher, Leroy Jones, Shannon Powell, Roland Guerin. C’è una parte di me che vorrebbe vivere a New Orleans; adoro i club appena fuori dal French Quarter, come il Maple Leaf Bar o il Vaughan’s. E ho un ricordo indelebile della mia prima serata in città. Arrivando in un locale fui invitato dal padrone a suonare il piano… Passai la notte a fare la jam assieme ai tanti musicisti che passavano di là…

Playground è un album davvero coinvolgente. Accanto a classici come When The Saint Go Marchin In o Mardi Gras in New Orleans ci sono tue composizioni originali. Che cosa raccontano le tue canzoni? E che parte ha la composizione nella tua attività di musicista?
Le mie canzoni parlano di relazioni amorose, della voglia di viaggiare, di incontrare l’altro. Compongo molto in questo momento e con grande piacere. Gran parte dei miei pezzi finora sono comunque rimasti nel cassetto, ma sto pensando a un album di inediti…

Stai già lavorando a un nuovo progetto? 
Si. Mi piacerebbe pubblicare un album più personale, con influenze più folk-blues, dove suonerei anche un po’ di chitarra. Vedremo.

Dove ti vedi fra dieci anni come artista?
Quello che desidero è stabilire un legame ancora più forte e diretto con il pubblico e proporre ancora di più cose mie.

Il mondo odierno sembra attraversare una grave crisi a più livelli. Tu come vedi le cose? La musica aiuta a vivere meglio e può cambiare in meglio le cose?
Steven Pinker in « The Better Angels of Our Nature » sostiene che il mondo non è mai andato meglio di oggi. Nonostante il terrorismo che fa i grandi titoli nei giornali e i media che danno spazio alle storie più sordide, ci sono in realtà meno guerre, meno violenza sulle donne, più gente che medita e… sempre più musicisti. È chiaro: le cose potrebbero andare infinitamente meglio, ma non dobbiamo cedere allo scoramento. La musica, di certo, aiuta a vivere meglio. Lo constato spesso alla fine dei concerti: la gente parte sollevata.  più leggera con piacere

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