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26.10.2020 - 18:270

L’effetto della pandemia sui media vecchi e nuovi

L'Università di Zurigo ha pubblicato il rapporto Qualità dei media 2020. Informazione sempre più importante, ma sempre meno finanziata

L’informazione è sempre più importante, ma sempre meno pagata. È con questo poco rassicurante messaggio che potremmo riassumere i risultati del rapporto “Qualità dei media 2020” elaborato dal Fög, il centro di ricerca di opinione pubblica e società dell’Università di Zurigo.

Se con la pandemia la popolazione, in cerca di informazioni affidabili, si rivolge in primo luogo a media tradizionali, come giornali e radio-tv, e autorità pubbliche – un effetto che si vede anche su Twitter –, dall’altra parte la crisi ha portato a un grosso calo delle entrate pubblicitarie e la volontà di pagare per l’informazione online è ancora troppo bassa per compensare. Il coronavirus ha insomma accelerato un fenomeno già in corso da tempo, e registrato nelle precedenti edizioni del rapporto: l’arretramento dei media tradizionali e l’avanzata dei giganti tecnologici, sia in termine economici che di presenza nella dieta mediale delle persone, i più giovani in particolare.

Tanto, troppo coronavirus. Ma poco panico

La pandemia, e il confinamento della scorsa primavera, non sono stati solo un acceleratore di processi già in corso, ma anche una sorta di “stress test” per il giornalismo d’informazione. Che in Svizzera se l’è cavata abbastanza bene, soprattutto considerando le difficili condizioni di lavoro. Dalle analisi dei ricercatori – vi è poi una parte con i risultati di un sondaggio tra la popolazione – risulta che la copertura dei media svizzeri è stata rilevante, varia e basata sui fatti. Non ci si è limitati a singoli casi ma guardato al quadro generale e non solo dal punto di vista medico-sanitario ma anche sociale ed economico, e senza alimentare il panico. Tuttavia, dalla ricerca è emerso che il coronavirus, soprattutto nel periodo tra metà marzo e fine aprile, ha praticamente monopolizzato i media, arrivando a occupare oltre il 70% delle notizie e mettendo in secondo piano argomenti importanti e di attualità come il riscaldamento globale. Quella di aver dato troppo spazio alla pandemia è una critica emersa anche nel sondaggio: per il 55.8% degli intervistati si è parlato troppo del coronavirus, anche se per poco più del 40 per cento se ne parlato nella giusta misura.

Tornando all’analisi degli esperti: i media avrebbero potuto contestualizzare meglio i dati, spesso presentati senza particolari commenti, e per gli approfondimenti ci si è affidati troppo a medici, virologi ed epidemiologi, sia trascurando approfondimenti propri, sia l’opinione di esperti in altre discipline come le scienze sociali o il diritto. Per quanto riguarda l’atteggiamento poco critico verso le autorità politiche e sanitarie, stando ai ricercatori i media hanno in generale mantenuto la giusta distanza critica, tranne nel periodo immediatamente precedente il Lockdown.

Interessante un confronto media tradizione/social media, anche se va detto che il rapporto del Fög ha preso in considerazione solo Twitter: altri canali, in particolare WhatsApp, sfuggono all’analisi e potrebbero rivelare spiacevoli sorprese soprattutto per quanto riguarda la diffusione di bufale e complottismi che secondo i ricercatori troverebbero poco spazio nella comunità svizzera di Twitter. In generale si vede che, in periodi di incertezza, anche sui social media ci si rivolge alle fonti tradizionali: autorità e media tradizionali.

Come raggiungere i ‘senza notizie’

Questa popolarità dei media tradizionali non riguarda solo Twitter: anche i giovani e i giovani adulti, durante la crisi pandemica della scorsa primavera, hanno modificato la propria dieta mediatica, dando più spazio a giornali, settimanali, radio e tv. Ma, precisano subito i ricercatori, si tratta di un effetto temporaneo. Il che ci porta a uno degli approfondimenti non legati al coronavirus presenti nel rapporto del Fög: quello sui “senza notizie” o deprivati delle notizie, come li definisce il rapporto, perlopiù giovani adulti che non prendono in mano giornali, non si collegano ai siti d’informazione, non accendono radio e tv per notiziari o approfondimenti. Semplicemente, si “imbattono” nelle notizie, sui social media o anche discutendo con amici e conoscenti. C’è quindi un interesse per l’informazione di qualità. Se li coinvolge e riguarda temi importanti per loro. Il rapporto arriva quindi a raccomandare, da parte dei media, una sorta di “acchiappaclic intelligente”, che faccia leva non sulle emozioni (come l’indignazione o l’odio) ma sugli interessi delle persone.

Così si guadagnano lettori online. Guadagnare anche soldi, indispensabili per un giornalismo di qualità, il discorso è diverso. Solo il 13% degli svizzeri è disposto a pagare per l’informazione online: dato in crescita (nel 2016 si era intorno al 10%), ma anche prendendo in considerazione le donne tra i 25 e 34 anni (quasi una su cinque è disposta a pagare) si rimane a livelli troppo bassi per sviluppare un modello economico. Il libero accesso all’informazione è considerato un diritto fondamentale dai più giovani, che rifiutano soluzioni come articoli a pagamento o su abbonamento. A meno che non si crei una sorta di “Spotify del giornalismo”, con un singolo abbonamento che permetta l’accesso a un certo numero di articoli provenienti da diverse testate.

Difficile dire se un modello di business simile possa funzionare effettivamente, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione dei proventi e gli effetti indiretti che potrebbe portare, con politiche “acchiappaclic” che non puntano alla qualità

Scienza importante, ma scarsa

Il giornalismo scientifico è un altro aspetto su cui si sofferma il rapporto del Fög. Un giornalismo di nicchia: appena il 2,1% degli articoli è a tema scientifico. Una cifra che rimane costante, anche se secondo i risultati è calata sensibilmente, negli ultimi anni, la capacità di contestualizzazione delle notizie scientifiche. Una tendenza ricollegabile alla mancanza di competenze all’interno delle redazioni e al conseguente ricorso a notizie di agenzia o, peggio, a comunicati stampa.

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