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03.10.2020 - 11:000

Mi indigno, quindi sono (sui social media)

“Vergogna!”: anche la politica ticinese ricorre all’indignazione via social, invitando i propri follower a insultare gli altri. Ne parliamo con Matteo Bordone

In questi giorni, la voce di certi politici ticinesi sui social pare essersi alzata di parecchie ottave. Non che prima certi schieramenti fossero quieti e pacati, ma di rado la polemica aveva smosso i partiti storici ed era arrivata all’attacco personale, col prevedibile codazzo di reazioni indignate dei follower che variano dall’onnipresente “vergogna” (possibilmente in tuttomaiuscolo) all’augurio di subire violenze sessuali. Chi manifesta per il clima è un “brozzone” o un pagliaccio, chi difende i bilaterali è “casta”. Dinamiche aggressive e giustizialiste, in forte contrasto con una democrazia basata sul compromesso e nota altrove per una certa pacatezza. Cosa dobbiamo aspettarci? Ne parliamo col giornalista del ‘Post’ Matteo Bordone, che da anni osserva il fenomeno in Italia e nel mondo.

Bordone, anche tra alcuni politici ticinesi si sta affermando quel meccanismo di comunicazione sui social che fa leva sull’attacco personale e sull’indignazione. Dove andremo a finire, signora mia?

Quando si sposta il dibattito sull’indignazione – quando scoppia sui social quello che potremmo tecnicamente definire ‘merdone’ –, il volume vince sempre sul genere musicale che hai scelto. In altre parole ciò di cui si parla diventa irrilevante, perché tutto avviene in pubblico, ed è come osservare un pestaggio: le ragioni passano in secondo piano rispetto alla curiosità per lo ‘spettacolo’. È una dinamica che vale sui social come ai giardinetti dopo la scuola, ed è un ottimo espediente per spostare la discussione dai temi a un presunto piano morale, giocando sull’autocompiacimento di sentirsi moralmente superiori. Esattamente quello che si dovrebbe evitare in politica, che non è una competizione morale, ma la gestione della cosa pubblica. A quel punto è molto difficile spostare gli equilibri: le acque sono già divise tra ‘noi buoni’ e ‘voi cattivi’. 

Il dilemma per chi lavora nei media è sempre lo stesso: ne parlo per spiegare cosa sta succedendo, oppure lascio perdere per non amplificare la polemica a mia volta? 

Qualunque cosa si faccia, quel tipo di dinamica ha già vinto a casa sua, entro le logiche dei social. Forse la soluzione migliore, ma difficile, è smontare quella dimensione d’indignazione fine a se stessa, in modo da comprendere le ragioni di fondo che animano la discussione.

Il messaggio chiaro dietro a certe comunicazioni è sempre lo stesso: “Vergognatevi!” Ma è mai successo che qualcuno si vergognasse a comando?

Mai. C’è un famoso libro dell’antropologa americana Ruth Benedict, ‘Il crisantemo e la spada’, che distingue tra civiltà della vergogna e civiltà della colpa. Nelle prime – il Giappone, il mondo protestante – ha maggiore importanza l’opinione che hanno di me i miei concittadini, che può rendermi orgoglioso o mortificato: ‘La lettera scarlatta’ di Nathaniel Hawthorne, considerato il primo romanzo della letteratura americana, parla proprio di questa tendenza e dei suoi rischi più settari, ipernormativi e moralisti. In altre culture invece – come quella italiana, ma in generale nei paesi con un passato prevalentemente cattolico – la vergogna ha un ruolo secondario. Le cose si risolvono dal prete, o in famiglia.

Nei casi in cui qualcuno abbia effettivamente torto e si scusi, c’è speranza che qualcuno se ne accorga?

No. Siccome certe relazioni sui social sono completamente drogate, per quanto ci si stracci le vesti non basterà mai. Non è mai accaduto che poi gli altri dicessero “va bene, ne prendo atto, grazie per le scuse”. Quando qualcuno la butta sul piano morale l’unica soluzione è non rispondere, dimostrare che non c’è una fragilità su cui fare leva. Sapere che è solo un meccanismo senza nulla di sostanziale.

Come fa allora un politico a farsi sentire sui social, mantenendo però toni pacati?

Secondo me il punto è fare in modo di non trovarsi nelle situazioni in cui una persona ‘mena’ e si aprono le porte dei commenti. Occuparsi delle questioni stando il più possibile lontano dagli attacchi personali. Ma mi rendo conto del fatto che sui social è molto difficile se si combatte contro chi ha la familiarità col mezzo di certi populisti. 

Più facile su altri media, forse.

Forse il compito di altri media è proprio quello di levare di torno la claque che partecipa a certe risse, come negli studi della Bbc o anche in molti programmi svizzeri nei quali, a differenza che nei talk show italiani, il pubblico in sala non c’è o resta silenzioso. Dove invece – come su Facebook o Twitter – ogni cosa avviene davanti a tutti e tutti possono interagire, la dimensione sociale prende il sopravvento sui temi. In fondo siamo scimmie sociali, per le quali il fatto che qualcuno ci guardi mentre parliamo è più importante di ciò di cui si sta parlando: d’altronde si tratta di elementi di psicologia che rispondono a necessità sia sociali che evolutive, limiti che sarebbe meglio conoscere.

A volte è difficile non intervenire in certe discussioni sui social quando queste sollecitano la nostra stessa indignazione. Magari anche solo per denunciare un intervento particolarmente stupido, condividendolo sulla nostra bacheca e chiosando “questo è un cretino”. 

Il problema però – come abbiamo visto ad esempio con Brexit, con Steve Bannon e Breitbart, con Matteo Salvini – è che le nostre ‘bolle’non sono completamente stagne: non si deve pensare di ribadire ciò che si pensa solo di fronte a persone che la pensano come noi. I nostri contatti sui social sono una specie di curva gaussiana, hanno una forma a montagna: molti hanno opinioni molto simili alle nostre, ma poi ci sono ‘code’ alla nostra destra e alla nostra sinistra, che vedendo certi contenuti condivideranno quelli, e non la nostra denuncia. Così finiamo per diffondere proprio quello che vogliamo contrastare, magari solo per il gusto di fare del sarcasmo. I cosiddetti argomenti-cuneo, concepiti per dividerci, hanno una forza superiore alle nostre intenzioni.

Che fare?

Un metodo che funziona è evitare la condivisione indignata e sarcastica, e condividere solo in positivo, con contenuti che riteniamo validi. Certo, poi ci capita di voler segnalare anche che certe cose che non ci piacciono: ma bisogna farlo con attenzione e con parsimonia.

Cosa risponde a quelli che dicono “ma allora chiudiamoli, ‘sti social?”

Siamo in una fase nella quale i social network godono ancora di un innamoramento iniziale da parte della società, proprio per l’estrema capacità di stimolare i nostri istinti sociali. Ma è possibile che le regole cambino e che col tempo e l’esperienza di ognuno quei social si trasformino, restando uno strumento potente, ma diverso e migliore. In fondo siamo ancora agli inizi di questa forma d’interazione sociale, e comunque già adesso non tutte le reti sono uguali.

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