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IL PERSONAGGIO
02.07.2019 - 06:000
Aggiornamento : 04.07.2019 - 12:14

La sfida del Capitano Carola

Chi è Carola Rackete? Ritratto del comandante della nave Sea Watch che ha sfidato il governo italiano e innescato una crisi europea

C’è da immaginarla, laggiù, galleggiare per 17 giorni e 17 notti alle porte d’Europa, scrutando dalla plancia di comando un orizzonte in cui nulla si muove. E poi, in uno slancio di «forza e lucidità» (le qualità che in lei vede suo padre), scrollarsi di dosso l’incertezza e prendere il coraggio a due mani: «Basta, ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So a cosa vado incontro ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo».

Quello a cui Carola Rackete – 31 anni da Hambühren in Bassa Sassonia, comandante della Sea Watch 3 – con la sua ribelle cascata di rasta biondi è andata consapevolmente incontro è l’accusa di violazione delle norme italiane sul blocco navale e di resistenza a nave da guerra, e il rischio di una pena fra i 3 e i 10 anni. Ma una cosa per lei era fuori discussione: quei 42 disperati non li avrebbe mai riportati in Libia, un Paese in guerra incapace di garantire un’accoglienza degna del genere umano. Carola lo ha ribadito: ha fatto la sua scelta fra violare una norma italiana e venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali. La legge del mare, appunto, che ti obbliga a portare in salvo chi è in pericolo.

Così, con la sua sfida al blocco di Matteo Salvini, questa ragazza che si è sottoposta al laser per curare la miopia che le impediva di iscriversi alla scuola nautica di Elsfleth, ha innescato una crisi diplomatica, mettendo a nudo le contraddizioni di un’Europa che non sa essere Unione. Da un lato presidente e ministro degli Esteri tedeschi, certi che lo Stato di diritto può portare «soltanto al rilascio di Carola Rackete». Dall’altro il governo italiano a ribadire che in Italia dei «criminali» si occupa la giustizia.

In mezzo lei, Carola, con il suo atto di disobbedienza civile. «Non violenza» ha precisato dagli arresti in casa di una signora 74enne a Lampedusa, nonostante le accuse dei finanzieri speronati mentre puntava dritto verso l’unica banchina in grado di accogliere la sua nave da 650 tonnellate. Ha chiesto scusa: «La situazione era disperata. Ho sbagliato la manovra. Avevo paura».

Una donna è capace di smisurati atti di coraggio e fedeltà ai propri valori, come di ammettere un errore, la propria paura. C’è voluta la notte dell’Europa, al largo del suo ultimo spicchio di terra, per spaventare Carola, con il suo carico di esseri umani posseduti da stanchezza e disperazione. Non deve aver provato nulla di simile nei suoi viaggi in autostop attraverso il Sud America o in Pakistan, né nelle sue missioni al comando di navi nell’Artico e in Antartide, per un istituto oceanografico tedesco e per Greenpeace. In mezzo pure gli 8 mesi di volontariato in una riserva naturale in Kamchatka, estremo oriente russo, e il master in conservazione ambientale in Gran Bretagna. A tessere insieme queste esperienze, fino all’arrivo nel 2016 nel Mediterraneo, è il filo della difesa della natura e dei diritti umani.

Suo padre, ingegnere in pensione dotato di 'sense of humor', definisce Carola come una «politicamente impegnata», anche se «non ha mai avuto una vena da rivoluzionaria». E se la mamma non nasconde la preoccupazione, il signor Ekkehart è fiducioso: «Mia figlia ha 31 anni, sa quello che fa». Quando l’ha sentita al telefono lo ha anche fatto divertire, al solito.

Forte, lucida, ironica, coraggiosa, capace di scelte radicali, Carola Rackete è «una sbruffoncella» (cit. Salvini) col profilo ideale per spaccare un’opinione pubblica sempre più polarizzata. Già venerdì notte, il piccolo molo di Lampedusa si è offerto come specchio impietoso di una società sempre meno capace di concepire sfumature di pensiero; fra chi la applaudiva e chi le augurava di venire stuprata. Una spaccatura politica e sociale che attraversa il continente, e se da una parte l’incarognita arena virtuale si fa amplificatore di ogni rancore e oscenità, anche verso chi pronuncia una parola in difesa del capitano Carola, dall’altro le donazioni italo-tedesche per sostenerla nelle spese legali in pochi gorni hanno superato il milione di euro.

E mentre i sovranisti d’Europa, con un meccanismo noto, la screditano in quanto “viziata figlia di papà” (che li smentisce), lei si richiama ai valori che, nonostante tutto, l’hanno condotta fino al molo di Lampedusa: «La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità».

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