Società
18.01.2019 - 06:300

Di giustizia e di nulla

Carla Del Ponte racconta l’infruttuosa esperienza con la comissione Onu sui crimini di guerra in Siria. E la speranza di riuscire a ottenere giustizia.

“Giustizia”. “Nulla”. Volendo scegliere due concetti, due parole chiave con cui riassumere l’incontro pubblico con Carla Del Ponte che si è tenuto mercoledì sera a Grono, non possono che essere queste: la giustizia che Carla Del Ponte, come procuratrice, ha sempre cercato indagando, redigendo atti d’accusa, portando i responsabili davanti ai tribunali, da quelli svizzeri al tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. E, dall’altra parte, il nulla che ha ottenuto la commissione delle Nazioni Unite che indagava sulle violazioni dei diritti umani in Siria. Non è un caso che il libro, che Carla Del Ponte è venuta a presentare su invito della biblioteca comunale di Grono, si intitoli ‘Gli impuniti’.

Un risultato forse prevedibile, ha incalzato il moderatore dell’incontro Aldo Sofia: perché accettare? «Dopo quattro anni di vacanza – ha risposto, riferendosi, con la consueta tagliente ironia, al periodo da ambasciatrice in Argentina –, mi sentivo in dovere di dire di sì a qualsiasi richiesta del governo svizzero. Ho detto di sì pur sapendo che non c’era un tribunale, non c’era un ufficio del procuratore, che la commissione avrebbe solo dovuto presentare due rapporti, elencare i crimini e gli autori… ma mi sono detta: magari riesco a fare qualcosa, magari riesco a far sì che ci sia un tribunale».

Le emozioni dell’ex procuratrice

Non è andata così, come noto. Neanche quando – a sorpresa, durante il Festival di Locarno – Carla Del Ponte ha annunciato le dimissioni dalla commissione è cambiato qualcosa: chiacchiere, interviste. E poi nulla. Un risultato molto diverso da quello del tribunale penale internazionale, quando si riuscì a portare in aula e a condannare «gli alti responsabili politici e militari, coloro che non hanno eseguito i crimini ma che intorno a un tavolo decidevano cosa fare».

Ma a separare le due esperienze c’è anche altro. Perché un procuratore deve sostenere l’accusa e far condannare, un lavoro tecnico che va fatto senza lasciarsi trascinare dalle emozioni. «Come procuratrice internazionale avevo pochi momenti di contatto con le vittime: le incontravo solo o prima o dopo l’audizione in aula come testimoni» ha spiegato. Per la Siria, invece, «come membro della commissione, avevo solo il contatto con le vittime: ho visitato tutti i campi profughi nei Paesi limitrofi, ho parlato con tutti questi rifugiati scappati dalla Siria, perché per noi erano testimoni importanti». Assistendo a cose terribili – il che, sentito dalla viva, ed emozionata, voce di una persona che ha indagato sui crimini di guerra in Ruanda e in ex Jugoslavia, lascia senza parole. In Siria la guerra, la violenza non risparmia nessuno: donne vendute come schiave, medici uccisi, magari traditi dagli stessi pazienti minacciati o torturati. E i bambini: in Siria i bambini muoiono perché costretti a combattere, muoiono perché non riescono a stare nascosti tutto il giorno, vogliono uscire a giocare e lì vengono uccisi dai cecchini, e muoiono durante la fuga, annegati. «I bambini sono le prime vittime di questa guerra e fatico a immaginare un futuro per la Siria, con questa gioventù traumatiz­zata».

Responsabilità e giustizia

Le responsabilità, morali e politiche, di queste morti e di questa sofferenza sono molte. E senza tanti giri di parole Carla Del Ponte ci mette anche l’Europa con la sua politica dei muri e la mancata accoglienza di queste persone in fuga. Ma all’ex procuratrice interessano soprattutto le responsabilità penali, personali. Per fare giustizia. «Per questo sono rimasta cinque anni in questa commissione: perché speravo si istituisse un tribunale, perché ho scoperto quanto è importante per le vittime. Una donna cui sono stati sgozzati i figli davanti agli occhi, dopo aver visto in faccia questo criminale, dopo che lo abbiamo condannato a 27 anni, è venuta a ringraziarmi: o impazzisci. Per questo chiedo giustizia, perché so che aiuta a superare il dolore».

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