Società
24.11.2018 - 06:200

Chiamiamolo ‘diritto al nome’ di ogni adolescente

In un'epoca di adulti giovanilisti e smemorati, sappiamo ancora metterci nei panni dei ragazzi? Coltivando la loro esigenza di ascolto e riconoscimento...

Il nuovo inquieta, forse perché ci strappa alle nostre abitudini, alle certezze e alle difese, a volte alle paure di cui ci nutriamo. Di punto in bianco, qualche settimana fa, mi sono sorpreso a pensarci dopo l’incontro con un professore-psicoanalista, venuto fin qui a parlare di “famiglie adolescenti”. Ci ripenso ora, quando si consumano le ultime proiezioni di Castellinaria e i giovani delle giurie si confrontano con passione e lucidità sull’assegnazione dei premi, mentre tutti gli altri ragazzi che in questi giorni hanno frequentato il festival torneranno a riflettere insieme sui film visti.

In fondo, che cosa c’è di più nuovo di una generazione di giovani che irrompe con prepotenza nella nostra vita, in una quotidianità regolata da codici, spesso non detti, che non ha contribuito a scrivere? Sarà per questo che quell’esercito di ragazzi e ragazze mette spesso tanta paura; perché, mentre noi cerchiamo di plasmarli, investendoli delle nostre aspettative, loro affermano rabbiosamente se stessi. E tutto ciò che in essi ignoriamo, o evitiamo di conoscere.

In questa società che cambia – in cui i padri evaporano e i genitori si alimentano narcisisticamente dei propri figli, in cui un patto generazionale è venuto meno (fra adulti, fra famiglia e scuola) – il professore-psicanalista ricordava che la fine dell’adolescenza, ancora oggi, è segnata da un passaggio molto semplice: l’uscita da sé, lo sviluppo dell’empatia, la scoperta del valore di mettersi al posto dell’altro, per sentire, o immaginare, ciò che lui sente, come lui lo sente. Un esercizio essenziale al sentirsi parte di una comunità dotata di valori inalienabili, e che ogni giorno schiere di adulti dimostrano di non conoscere o di aver dimenticato, sopraffatti forse dall’epoca del narcisismo social e della chiusura sovrana; con tatuaggio in bella vista, cuffiette nelle orecchie e soluzione bell’e pronta per ogni disordine, minore o mondiale.

Oggi, ripensando ai ragazzi di Castellinaria, e ai tanti altri che ogni giorno con amore e ferocia si appassionano a qualcosa, mi convinco che quell’uscita da sé, dall’egocentrismo beato e sofferto della cosiddetta “età ingrata”, si può accompagnare e allenare, coltivare. A quei ragazzi servono occasioni per misurarsi con le proprie riserve di umanità – d’intelligenza e di sensibilità – spesso inespresse, se non ignote a loro stessi. Soprattutto serve la fiducia per convincersi di averle, per imparare a guardarsi con altri occhi, che non siano quelli del pregiudizio, delle piccole o grandi sentenze che fin dalla più tenera età cadono loro addosso, definendoli al ribasso, marchiandoli.

Mentre i diritti fondamentali di ogni fanciullo continuano a non essere garantiti, anche qui, nella pratica quotidiana si può forse ripartire da quel diritto al nome e a un’identità, prima ancora che alla libertà d’espressione. Ma un nome resta una macchia d’inchiostro su un pezzo di carta, un grappolo di onde destinato a disperdersi, senza un autentico riconoscimento; frutto raro quanto prezioso di un ascolto disarmato.

Mi resta un dubbio: gli adulti del terzo millennio – giovanilisti, amiconi e smemorati – sono ancora disposti ad entrare per davvero nei panni degli adolescenti?

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