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29.06.2020 - 23:010

La discriminazione di genere c’è anche dove non si vede

Secondo una ricerca, preconcetti sull'abilità lavorativa delle donne presenti soprattutto in chi pensa che la parità sia stata raggiunta

Nel 2020 esistono ancora “lavori da maschio” e “lavori da femmina”: non nel senso di discipline o professioni che sarebbero più congeniali agli uomini oppure alle donne – anzi: le ricerche che riescono a “contenere” gli effetti sociali mostrano pari abilità tra i generi –, ma semplicemente percorsi formativi maggiormente frequentati da uno dei due sessi. Un problema che si affronta cercando di “favorire” – ma forse sarebbe meglio dire “non più sfavorire” – il sesso sottorappresentato ma raggiungere la parità in una professione basta a superare o attenuare pregiudizi sessisti?
Se lo sono chiesto alcuni ricercatori britannici e la risposta è: no. La ricerca, pubblicata su ‘Science Advances’ a firma di Christopher Begeny e altri, ha preso in considerazione i veterinari del Regno Uniti. Una scena non causale: si tratta di una professione che è stata a lungo maschile ma che col tempo ha raggiunto un pari numero di veterinari e veterinarie da almeno una decina d’anni. Abbastanza a lungo, scrivono i ricercatori, non solo perché i pregiudizi più tradizionali, riguardanti le abilità di uomini e donne, siano svaniti, ma soprattutto perché si smetta di percepire quel senso di minaccia dovuto a cambiamenti sociali recenti o repentini.
In un primo tempo, i ricercatori hanno chiesto a un migliaio di veterinari e veterinarie se hanno subito discriminazione di genere al lavoro e sentono riconosciute le proprie competenze. Prevedibilmente, le donne si sono dette più discriminate e meno apprezzate degli uomini ma si tratta di un’autovalutazione: determinante è il secondo studio condotto dai ricercatori. Un finto curriculum, con aspetti positivi e negativi, è stato sottoposto ad alcuni direttore e dirigenti chiedendo una valutazione complessiva e un ipotetico salario per quella persona. Solo che metà dei curriculi era relativa a un veterinario, l’altra metà a una veterinaria. In generale, Mark ha avuto una valutazione superiore a Elizabeth (questi i nomi dei finti profili) e, se fosse stato assunto, avrebbe anche avuto maggiori possibilità di carriera e, ovviamente, uno stipendio più alto.
Già altre ricerche hanno mostrato come i criteri di valutazione vengano “adattati” a seconda del sesso del candidato, pesando diversamente debolezze e punti di forza – il che dimostra l’importanza della ancora poco diffusa pratica dei curriculum anonimizzati. La ricerca di Begeny è interessante non solo perché conferma la presenza di questi pregiudizi anche in professioni ormai non più prevalentemente maschili, ma perché, dopo questo test, hanno sottoposto un’altra domanda ai dirigenti: “Secondo voi nel settore della veterinaria c’è discriminazione di genere?”.
La risposta a questa domanda è fortemente correlata alla diversa valutazione del curriculum – ancora più del sesso del dirigente. In altre parole: a discriminare non sono tanto gli uomini rispetto alle donne, ma le persone che credono che le pari opportunità non siano più un problema rispetto a chi invece è conscio che il problema esiste ancora. I ricercatori parlano di un piccolo paradosso: a perpetuare i pregiudizi di genere sono proprio quelli che affermano che non esistono più. Ma è un paradosso apparente, se teniamo conto che si tratta di pregiudizi impliciti e quindi che sfuggono a chi non è attento. Da qui una serie di raccomandazioni: impegnarsi per una presenza paritaria è certo importante per quei settori dove vi è ancora un forte disparità di genere e aiuta a creare ambienti maggiormente inclusivi, ma non basta. Bisogna anche sensibilizzare le persone che pregiudizi e preconcetti possono rimanere anche una volta raggiunta la parità e, soprattutto, che per superarli bisogna essere consapevoli della loro esistenza.
Ultimo aspetto degno di nota della ricerca: l’ipotetico salario di Mark ed Elizabeth è stato confrontato con i salari reali dei dipendenti del dirigente, determinando una disparità di stipendio dell’8 per cento circa – il livello effettivamente presente nel settore. Ed equivale a circa 1,75 dollari in più di paga oraria, moltiplicato per le duemila ore di un anno lavorativo.

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