Ogni anno la Groenlandia perde sei volte il volume dei ghiacciai alpini (©Keystone)
Scienze
06.04.2020 - 18:180

Il raggio Greenland: intervista al glaciologo Konrad Steffen

Ospite, domani alle 18, del secondo appunto con la rassegna dell'istituto i2a, Steffen ci parla della Groenlandia alle prese con il riscaldamento globale

La Groenlandia e il riscaldamento globale da due punti di vista: da una parte Derick Pottle, cacciatore inuit; dall'altra Konrad Steffen, glaciologo e direttore dell'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio. Sono loro i protagonisti dei due cortometraggi di Jason Van Bruggen che apriranno, domani alle 18 su Zoom, del secondo appuntamento del ciclo di incontri sui cambiamenti climatici dell'istituto i2a di Lugano. Dopo la proiezione, sarà lo stesso Steffen a spiegare che cosa significa il riscaldamento globale in Groenlandia.

Nel suo incontro parlerà della Groenlandia, in danese Grønland, “Terra verde”. Questo significa che un tempo il clima era molto più caldo di adesso?
È un nome che risale al Medioevo, legato ad alcuni eventi storici. All’epoca l’Islanda era abitata dai vichinghi e uno di loro uccise una persona: siccome non c’erano prigioni, per lui la punizione era abbandonare l’Islanda e dirigersi verso ovest. Dall’Islanda è arrivato in Groenlandia e si è insediato sulle coste meridionali dell’isola. Con lui c’erano solo due o tre famiglie e per attrarre più persone dall’Islanda, che significa “Terra del ghiaccio”, si è inventato il nome di “Terra verde” – ma a parte alcune piccole fattorie lungo la costa la Groenlandia era completamente ricoperta dai ghiacci.
Questo avvenne durante l’Optimum climatico medievale: faceva quindi effettivamente più caldo che nei periodi successivi, ma il nome è comunque un fraintendimento. La Groenlandia dovrebbe chiamarsi Islanda e l’Islanda, che ha molti territori verdi, Groenlandia.

Quasi una fake news.
Una fake news medievale, sì.

Groenlandia sempre coperta di ghiacci. Ma adesso sono sempre più sottili.
Sì, e disponiamo di misurazioni molto accurate, in proposito, grazie a una grande rete di stazioni di rilevamento di cui mi occupavo quando vivevo negli Stati Uniti – negli ultimi trent’anni sono stato nell’Artico 45 volte. Grazie agli strumenti sappiamo quanto è profondo il ghiaccio e quindi possiamo calcolare quanto se ne perde ogni anno, la differenza tra la fusione dei mesi estivi e le precipitazioni invernali. Attualmente in Groenlandia perdiamo circa 360 chilometri cubi di ghiaccio – è difficile da immaginare, questa quantità, ma possiamo fare un confronto con i ghiacciai dell’arco alpino, che sono circa 60 chilometri cubi. Ogni anno la Groenlandia perde sei volte tutto il ghiaccio presente nelle Alpi. Ghiaccio che finisce nell’oceano, aumentando il livello del mare – a livello globale – di un millimetro.

Un millimetro solo dalla Groenlandia, poi ci sono gli altri ghiacciai.
Esattamente: un altro millimetro dai ghiacciai del resto del mondo, poi l’Antartide e non dimentichiamo che, scaldandosi, gli oceani stessi aumentano di volume. Globalmente, misuriamo un aumento di 3,5 millimetri.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr.), con il ritmo attuale di fusione dei ghiacciai e di riscaldamento degli oceani il livello del mare potrà salire fino a un metro entro la fine del secolo. Il che vuol dire che territori in cui vivono milioni di persone saranno allagati, e queste persone dovranno migrare: all’interno, se possibile, altrimenti in altri Paesi.

Questi gli effetti – le cause, invece? È tutto di origine umana?
Il 98% del riscaldamento climatico è di origine umana: sappiamo quanti gas serra rilasciamo nell’atmosfera, abbiamo strumenti molto accurati per misurarli. Siamo quindi responsabili della tendenza generale, poi ci sono ovviamente delle variazioni naturali, che conosciamo bene grazie agli studi sul clima del passato.

È l’effetto della CO2 e degli altri gas a effetto serra.
Prima avevamo emissioni naturali, ad esempio dai vulcani, ma ci volevano centinaia di migliaia di anni per aumentare i livelli di CO2.
Quello che vediamo nel Novecento è un forte aumento dei livelli di CO2, anche se inizialmente non c’è stata una forte correlazione con l’aumento della temperatura perché insieme alla CO2 immettevamo nell’atmosfera anche solfati, particelle grandi che riflettono la radiazione solare e raffreddano l’atmosfera. Negli anni Ottanta ci si è impegnati a ridurre le emissioni di solfati – responsabili, oltre che di diversi problemi di salute, anche delle piogge acide –, ma questo ha portato a un aumento delle temperatura.
Ma riprendere le emissioni di solfati non è una soluzione possibile: le conseguenza per la salute umana sarebbero enormi e con le piogge acide perderemmo la biomassa delle foreste.

Come mai negli anni Ottanta è stato possibile ridurre le emissioni di solfati mentre adesso, per quelle di CO2, è così difficile?
Il solfato è un sottoprodotto della combustione che è stato possibile eliminare dal combustibile – per la CO2 il discorso è diverso.
Vediamo le difficoltà nel raggiungere accordi internazionali che tra l’altro non prevedono cifre precise sulle emissioni: gli accordi di Parigi parlano di mantenere l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi. Ma se guardiamo alla quantità di CO2 nell’atmosfera, siamo già sopra quel limite… certo potremmo togliere la CO2 dall’atmosfera. Ma il sequestro di CO2 è un’operazione industriale che richiede molta energia e poi quella CO2 bisogna conservarla da qualche parte. La si può rendere liquida e iniettarla nel sottosuolo, sperando che il primo terremoto non la liberi nuovamente.
Non dimentichiamo poi che 2 gradi è l’aumento medio: in alcune regioni la temperatura salirà di più. La Groenlandia potrebbe davvero diventare la “Terra verde”, senza ghiaccio: forse ci vorrà più di un secolo, ma quando accadrà il livello del mare salirà di 6 metri.
Il problema è che superiamo l’orizzonte temporale dei politici che guardano alle prossime elezioni: quattro, otto anni al massimo.

A proposito di orizzonti temporali: perché, anche durante una crisi sanitaria dalle devastanti conseguenze economiche come quella attuale, dovremmo preoccuparci del riscaldamento climatico?
È un’ottima domanda perché c’è molta preoccupazione per il coronavirus, ma se tutto va bene sarà questione di qualche mese – non voglio fare previsioni, non ne ho le competenze, ma quando avremo il vaccino ne saremo fuori. Il problema del riscaldamento globale per molti non è importante, ma continuano a emettere CO2, anche se un po’ meno in questo periodo.
Adesso la priorità è certo il nuovo coronavirus, ma il riscaldamento globale non scomparirà a breve, e anzi diventerà sempre più importante.

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