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Giulio Giorello è morto il 15 giugno a Milano (Foto di Niccolò Caranti)
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Pensiero
15.06.2020 - 23:000

Addio a Giulio Giorello, filosofo della libertà

Pensatore poliedrico, ha superato i confini tra discipline, scrivendo di logica e di fumetti, di scienza e di etica

Nelle lezioni che Giulio Giorello teneva alle giovani matricole della Statale di Milano, non mancava mai il tacchino induttivista di Bertrand Russell, quello che venendo nutrito tutte le mattine concludeva che il contadino gli avrebbe sempre dato da mangiare. Finché una mattina – di Natale o del Ringraziamento, a seconda delle versioni – non divenne lui il cibo. Ma ecco che Giorello subito aggiungeva, in difesa dell’induttivismo criticato da Russell, di non fare come il carabiniere delle barzellette che va più volte al cinema a vedere lo stesso film, per essere sicuro che il colpevole sia sempre lo stesso. Poi un giorno un giovane studente fece presente l’esistenza di un film – la trasposizione cinematografica del celebre gioco di società ‘Cluedo’ – che effettivamente arrivò nelle sale con alcuni finali diversi, dando il via a una discussione tra scienza e cinema.

Di aneddoti simili se ne potrebbero raccontare molti, su Giulio Giorello, e in molto lo stanno sicuramente facendo, per onorare con rispettosa ironia la memoria del filosofo scomparso nel pomeriggio di lunedì. Giorello era così, un pensatore profondo e poliedrico, capace di trovare le verità profonde nelle cose apparentemente più banali come appunto una barzelletta o un mediocre film (altro aneddoto: quando a Milano si tenne un ciclo di incontri “al cinema con il filosofo”, tutti gli ospiti proposero pellicole d’autore; Giorello commentò ‘Babe maialino coraggioso’), o i fumetti di cui era grande appassionato e conoscitore.

Giorello aveva 75 anni e come detto è morto nella sua Milano, città dove era nato il 14 maggio del 1945, dove aveva studiato –due lauree: una in filosofia, l’altra in matematica – e insegnato, formando un’intera generazione di filosofi della scienza. Giorello ha diretto la collana Scienza e Idee per Raffaello Cortina Editore, è stato a lungo presidente della Società italiana di logica e filosofia della scienza ed era socio onorario del Cicap. Il 27 marzo era stato ricoverato a causa del nuovo coronavirus per un paio di mesi al Policlinico, come lui stesso aveva spiegato in un articolo sul ‘Corriere della Sera’ del quale è sempre stato assiduo collaboratore. E vale la pena rileggerlo con attenzione, quel contributo, per apprezzare ancora di più lo stile e la lucidità di Giorello. “La vita di ospedale comporta tutta una serie di restrizioni che talvolta possono sembrare, anche se magari giustificate, forme di oppressione” scriveva Giorello a inizio giugno. Ma ai timori per uno “stato medico” che priva i cittadini-pazienti dei propri diritti, subito aggiunge che non si teme “un disegno prestabilito ma una conseguenza magari perversa e non voluta di uno stato di necessità”. Se il lettore ha seguito le esternazioni sulla pandemia come disegno autoritario di un altro intellettuale italiano, Giorgio Agamben, noterà immediatamente la differenza tra chi si aggrappa alle proprie idee (o ideologie) e le difende incurante dei fatti (Agamben) e chi invece si sforza sempre di partire dalla realtà e di coglierne la pluralità (Giorello).

Questo è del resto uno dei tratti del pensiero di Giorello, alla base del distacco dal suo maestro Ludovico Geymonat, ex partigiano marxista che aveva introdotto in Italia il neopositivismo, sostenendo in contrapposizione all’idealismo allora dominante l’importanza e il valore anche filosofico del sapere scientifico (vedi la sua monumentale ‘Storia del pensiero filosofico e scientifico’). Ma se per Geymonat la storia della scienza è campo di indagine privilegiato per il materialismo dialettico, per Giorello diventa dimostrazione della complessità della ricerca scientifica, della sua ineliminiabile pluralità, dell’impossibilità di avere “un” metodo scientifico univoco e universale. Dietro c’è lo zampino di Paul Feyerabend, il filosofo autore di ‘Contro il metodo’ il cui pensiero viene spesso riassunto con l’icastico “anything goes” (qualsiasi cosa può andar bene), dietro al quale troviamo il problema dell’incommensurabilità, l’idea che teorie scientifiche incompatibili non si possano confrontare e che trovare la migliore non sia sempre questione di razionalità. Ma alla base del pensiero di Giorello troviamo anche il confronto con i matematici e la tradizione liberale inglese: se non c’è un metodo, alla base della scienza, c’è un’attitudine che nelle pagine di Giorello diventa una rivendicazione alla tolleranza – per tutte le idee e per tutte le ipotesi teorico-sperimentali.

Giorello era il filosofo della libertà di pensiero e di ricerca, oppositore di tutti i dogmi, siano essi politici, filosofici, scientifici e ovviamente religiosi (e vale la pena ricordare un altro “maestro” di Giorello: Don Luigi Giussani, fondatore di CL e suo insegnante al Liceo Berchet di Milano). Uno dei suoi saggi più conosciuti si intitola appunto ‘Di nessuna chiesa’ ed è una condanna dell’assolutismo che però non si configura propriamente in senso antireligioso. Un po’ perché il relativismo e il pluralismo ci portano a dialogare con tutti – ricordiamo qui le lunghe e amichevoli discussioni con il cardinale di Milano Carlo Maria Martini –, un po’ perché di fronte a fanatismi e fondamentalisti occorre una nuova forma di ateismo. Più che dimostrare vcon argomenti razionali che Dio non esiste, occorre definire i confini un’esistenza senza Dio, un’esistenza che prescinda da qualsiasi forma di reverenza, rassegnazione, autorità, proibizione e sottomissione (che poi sono i capitoli di un altro suo libro sul tema, ‘Senza Dio’).

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