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Non è l’Australia – ma è vera lo stesso (© ANTHONY HEARSEY)
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18.01.2020 - 17:150

Se il fact checking diventa un’ossessione

Da Ueli Maurer a Facebook, la verifica dei fatti sta diventando oggetto di un ‘moralismo della verità’ controproducente (e come tutti i moralismi ipocrita)

Un tempo c’erano le smentite: un giornale pubblicava qualcosa di inesatto – o qualcosa che per qualche motivo non era ancora il caso di rendere pubblico – e arrivava un comunicato stampa che, appunto, smentiva la notizia. Adesso il consigliere federale Ueli Maurer ha cambiato i termini, inaugurando una sezione di “verifica dei fatti” sul sito del Dipartimento federale delle finanze.
Si trattasse solo di una scelta di parole, la cosa non meriterebbe più di un’alzata di spalle. Ma il primo ‘fact checking’ mostra che la questione è più complessa. È capitato infatti che il ‘Tages Anzeiger’, in un’intervista all’artista cinese Ai Weiwei, scrivesse che Maurer “ha sottoscritto il controverso memorandum d’intesa con la Cina sulla nuova Via della seta”. In realtà, si legge sul sito internet del Dipartimento federale delle finanze, il documento “è stato firmato dalle segretarie di Stato Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch, direttrice della Segreteria di Stato dell’economia (Seco), e Daniela Stoffel, direttrice della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (Sfi)”.

‘Scusi sa che ore sono?’

La verifica dei fatti è importantissima, e non solo per i giornalisti: tutti, parlando con altre persone e pubblicando qualcosa sui social media, contribuiscono alla diffusione di informazioni. E anche prima che le ‘fake news’ diventassero un tema d’attualità era chiaro che più le informazioni sono “buone” meglio è – dal momento che è (anche) a partire da quelle informazioni che prendiamo delle decisioni e cattive informazioni portano a cattive decisioni.
Si potrebbe quasi parlare di un dovere – quantomeno morale – di controllare i fatti di cui parliamo. E se questo controllo non è stato fatto o se è sfuggito qualcosa, di un dovere di far presente l’errore: per dare la possibilità di una correzione, per segnalare l’informazione errata agli altri o, nella peggiore delle ipotesi – cioè di avere a che fare con uno “spacciatore di bufale” –, per far capire che è meglio stare alla larga da quella fonte lì perché inaffidabile.
In realtà correggere un’informazione non vera – imprecisa, non più attuale o addirittura completamente inventata – è una cosa tutt’altro che banale, perché c’è il rischio di diffondere e rinforzare la notizia che si vorrebbe smentire. Ma non è questo il punto.
Il punto è che un’informazione è buona non solo quando si è verificato tutto quello che può essere verificato. Insomma, la verità non basta, per giudicare la qualità di un’informazione qualsiasi, dalle indicazioni stradali per la stazione alla presentazione di un film alle spiegazioni dei temi in votazione nelle prossime settimane. Quello che vogliamo – o che dovremmo volere – sono informazioni che siano non solo vere, ma anche pertinenti alla discussione, che non siano ambigue e né troppo dettagliate né troppo superficiali. Si tratta delle quattro “massime conversazionali” con cui il filosofo del linguaggio Herbert Grice ha riassunto il comportamento di un parlante cooperativo – insomma di una persona che ha voglia di capire e di farsi capire: qualità (di’ cose che ritieni vere), quantità (di’ quello che è necessario dire, niente di più niente di meno), relazione (resta sul tema) e modo (evita oscurità e ambiguità).
Il fact checking riguarda solo il principio di qualità, insomma la verità di quanto affermato: aspetto indubbiamente importante ma che da solo non basta. Perché possiamo avere una buona informazione non del tutto vera (tipicamente è il caso di una semplificazione) e una cattiva informazione del tutto vera (perché incomprensibile, incompleta o fuori contesto). Aspetti peraltro considerati dal Consiglio svizzero della stampa nelle sue decisioni.
Soffermarsi unicamente sulla verità e trascurare gli altri aspetti non contribuisce a migliorare la circolazione dell’informazione. Anzi diventa una sorta di “moralismo della verità”, dove si prende la correttezza formale di quanto affermato e se ne fa un dogma per lavarsi la coscienza e zittire gli altri.
Così la precisazione di Ueli Maurer sui nomi delle persone che hanno materialmente firmato un pezzo di carta suona non solo pedante, ma va fuori contesto: l’osservazione riguardava l’opportunità politica di stringere accordi con un Paese come la Cina ma invece di difendere le valutazioni fatte, si è preferito rispondere che a prendere in mano la penna sono state le direttrici della Seco e della Sfi. Un po’ come rispondere “sì” alla domanda “scusi sa che ore sono?”.

Il custode della verità

Ancora peggio se dal Dipartimento federale delle finanze – che alla fine sotto l’altisonante e un po’ inquisitorio cappello di “verifica dei fatti” non fa altro che la solita smentita che in realtà non smentisce nulla, tipica delle autorità di mezzo mondo – si passa ai social media che paiono affrontare il problema della qualità dell’informazione con “moralismo del fact checking”, prendendo in considerazione unicamente la veridicità e non l’ambiguità o la pertinenza – con cui si possono benissimo trarre in inganno le persone, ma non importa: basta che i fatti riportati, anche se non c’entrano nulla, siano corretti. Così ecco che alcuni contenuti si guadagnano l’etichetta di “informazione falsa” (o talvolta solo “contestata”) in base a verifiche di “fact-checker indipendenti”, vuoi per questioni di imparzialità, vuoi perché certi servizi è più comodo esternalizzarli. Peraltro, come tutti i moralismi, si accompagna a un certo grado di ipocrisia, dal momento che Facebook esenta i politici dall’onere della verità (mentre Twitter si guarda bene dal sollevare un sopracciglio su quel che pubblica Trump, anche quando condivide siti di bufale). Esempio di questo moralismo della verità, le immagini che di per sé non ha molto senso dire se sono vere o false: possono essere fuorvianti, ed è certo il caso dei fotomontaggi spacciati per foto autentiche – ma il problema non è l’immagine, bensì come viene presentata.
Così con gli incendi in Australia è capitato che un’immagine satellitare modificata per mostrare tutti i focolai delle ultime settimane sia stata bollata come “informazione falsa”. Ma falsa era al massimo la descrizione (foto satellitare degli incendi in corso) con cui alcuni l’hanno condivisa. Una disavventura che suggerisce una possibile strategia: invece di attribuire etichette di vero e falso, migliorare la trasparenza con cui condividiamo le informazioni.

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