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26.01.2019 - 06:200

Come fare a dirlo

Si può ‘narrare’ la Shoah con gli strumenti propri della letteratura, senza tradire l’esperienza e le parole, ma anche i silenzi, dei testimoni?

Quando anche l’ultimo testimone sarà morto, ci resteranno almeno le sue parole. Ma sapremo intenderle? Per decenni, la letteratura della Shoah (una figura di per sé inconcepibile per chi ne sostiene l’indicibilità) si è risolta, o la si è intesa, esclusivamente nella narrazione dei testimoni, i “salvati”, secondo Primo Levi. Quasi che vigessero un riserbo, una ritrosia, un rispetto, o lo spavento nel tradurre in parola i silenzi dei sopravvissuti, nel trasformare in personaggi le persone.

Una forma di pietas, forse, ma anche un fraintendimento che ha portato a leggere le pagine di Levi, Bruck, Améry come documenti salvati dall’abisso, non cogliendone il valore letterario. Anzi, temendo che leggendoli in quella prospettiva se ne tradisse la spaventosa esperienza.

Per non dire del cinema. Solo in anni recenti le grandi produzioni si sono spinte sulla soglia delle camere a gas, facendone “spettacolo”, e suscitando per questo le reazioni più disparate. Una materia incandescente, dalla quale sono sortiti, ai due estremi, ‘Schindler’s list’, di Steven Spielberg, ma anche quel film-fiume di Claude Lanzmann, ‘Shoah’, che programmaticamente non mostrava una sola immagine dei campi.

Abbiamo ancora bisogno di testimoni, forse è questa la verità.

Professor Belpoliti, da Levi a Kertesz, Améry, Bruck, Wiesel, Appelfeld, per citarne alcuni noti, la dimensione testimoniale è sempre stata determinante, è stata “la” letteratura della Shoah. Se ne può fare a meno?

Nel caso di Primo Levi, lo scrittore che conosco meglio tra quelli che lei ha nominato, è evidente che si è servito dello strumento della narrazione. Una scelta che ha originato e forse ancora dà scandalo perché si pensa che la sua sia una testimonianza nuda e cruda. In realtà è una narrazione. Le faccio un esempio: nel capitolo ‘L’Ultimo’, uno dei più tetri di ‘Se questo è un uomo’, viene raccontata un’impiccagione. Dagli storici che hanno studiato i campi di Monowitz e Auschwitz sappiamo che le impiccagioni sono state molte di più, e dunque Levi deve avere assistito a molte di queste esecuzioni. Ma ha scelto di raccontarne una sola, e nel suo racconto c’è tutto, anche quelle che non figurano, perché Levi ha fatto una scelta di tipo narrativo. Usa gli strumenti della finzione narrativa per restituirci in modo icastico una unica impiccagione, riassumendovi tutta la vicenda di queste condanne a morte. La scelta non è casuale, legata com’è al tentativo di fare esplodere i forni crematori, negli ultimi mesi di attività del campo. In un certo senso è una impiccagione con un senso preciso, una forma di resistenza. Ma nel ricordarla si impone l’elemento narrativo.

Credo che questo valga anche negli altri autori. Allo scrittore riesce, attraverso la narrazione, qualcosa che al testimone essenziale può non riuscire.

Pensa che al non-testimone sia consentito questo artificio? Saremmo in grado di accoglierne un racconto, frutto di una elaborazione letteraria di finzione?

Penso di sì. Dipende, come sempre, dalla capacità di chi scrive; perché il giudizio, in questo caso non può essere esclusivamente etico. Sappiamo che il narratore testimone ha uno stigma, il suo è il racconto dell’esperienza diretta; e secondo l’etica della narrazione vigente in occidente è ritenuto più attendibile di chi non ha fatto tale esperienza, in virtù di quella sorta di condanna della finzione che ancora resiste nella nostra cultura.

Ma pensiamo al testimone che narra la propria vicenda: se ha strumenti e capacità di farlo, talento narrativo, vi riuscirà. Se ne è sprovvisto, no. Ma rovesciamo gli elementi della questione: pensiamo al testimone postumo, che succede agli eventi, indiretto, ma con la capacità di raccontare e quindi di fingere al punto da risultare realista: la nostra etica ancora lo rifiuterebbe.

Io ritengo però che la letteratura contiene sempre un elemento finzionale. Anche in quella che ha una impronta storico-saggistica è presente una voce, un soggetto, un punto di vista, una presa di parola. La diffidenza che l’occidente ha sempre nutrito verso questa sua natura discende anche dall’etica cristiana.

Gliel’ho chiesto anche perché ero rimasto turbato dalla lettura del libro di Jerzy Kosinsk “L’uccello dipinto”, in origine pubblicato come testimonianza di una tragedia vissuta, ma che l’editore italiano minimum fax – consapevole probabilmente delle accuse di falso e impostura rivolte a suo tempo all’autore – ha presentato come “romanzo”, quasi per cautelarsi. La dimensione letteraria può contemplare un falso, purché ben scritto?

Sulle scelte dell’editore non saprei che cosa dire, dato che non ne conosco la vicenda. Può darsi che in origine la presentazione del testo come testimonianza fosse dovuta alla notevole efficacia della scrittura, che poteva farla ritenere tale. Ma qui si parla di capacità narrativa, non di aderenza alle veridicità delle vicende narrate.

Del resto non si tratta di cosa nuova. Pensi ai Promessi Sposi: Manzoni ricorre all’artificio del manoscritto. Ma non è una cornice, piuttosto il tentativo di entrare direttamente nell’esperienza, fino ad avvicinarsi a un elemento testimoniale che riguarda un evento storico come la peste.

Più che di vero o finto dovremmo ragionare in termini di verosimile. Ed è perciò possibile che uno scrittore contemporaneo dotato di grandi mezzi narrativi riesca ad avvicinarsi alla verosimiglianza di un evento che secondo alcuni sarebbe irraccontabile. Non dimentichiamo infatti che molti testimoni non hanno mai raccontato. Primo Levi è stato uno di quelli che ha parlato di più. La sua voce è uscita dal coro dei silenziosi.

Il cinema. In questo caso il problema della ricostruzione è ovvio. Non si può mostrare ciò che è già accaduto, se non fingendo. Da Spielberg a Benigni, Resnais, Pontecorvo. A Lanzmann, che ha deliberatamente evitato ogni tentativo di ricostruzione per immagini. Nessuno, in ogni caso ha osato rappresentare l’atto finale. Mostrare, allora, non mostrare?

Parliamo qui di immagini, della loro complessità. Le immagini hanno una immediatezza che la parola non ha nella stessa forma. Hanno una presa diretta sulla realtà, almeno ci sembra. Ma il cinema è fatto di immaginazione. Per quanto fatto di immagini, queste producono a loro volta immaginazione. Nel cinema si vede più di quello che viene mostrato. La nostra capacità di rappresentare le cose attraverso la parola è la stessa che agisce davanti alle immagini cinematografiche e alla fantasia che alimentano.

Direi a questo proposito che le nuove generazioni avvertono in misura molto ridotta il problema del realismo. La distinzione tra reale e immaginario si è oggi molto ridotta; e l’approccio alle immagini cinematografiche non è lo stesso di qualche decennio fa.

Perciò il problema dovrebbe essere posto in termini diversi: quanto è possibile ricostruire attraverso l’immaginazione; il momento centrale anche nel cinema, che per quanto basato sulla realtà sappiamo essere una visione parziale. Solo una nostra fede (o piuttosto un fideismo) realista ci ha indotti a pensare che quanto si vedeva sullo schermo fosse la realtà.

L’immagine di Anne Frank, dopo un suo utilizzo scellerato da parte di una tifoseria calcistica, è diventata un “fenomeno social”, come si dice oggi: per un certo periodo, tutti “erano” Anne Frank. Questo significa che, attraverso la sua immagine la vicenda della giovane ebrea è tornata un elemento del nostro patrimonio culturale; o si è trattato di una mera moda passeggera?

Tutte le immagini che vengono ripetute diventano icone. Nulla sfugge al meccanismo della reiterazione, tanto più oggi che disponiamo di mezzi potentissimi di riproduzione e diffusione delle immagini. Di conseguenza ogni immagine che abbia già una propria aura, una riconoscibilità universale diventa soggetta a tali manipolazioni.

Da questo punto di vista possiamo scandalizzarci o adirarci per l’utilizzo che si fa di una immagine sacra per molti. Ma la sacralità contemporanea non appartiene all’intangibile, semmai al ripetibile, alla moltiplicazione. Ogni cosa può essere usata a uno scopo differente da quello per cui fu concepita. Risemantizzata. Lei ha citato Anne Frank, ma pensi al Che Guevara. L’elemento dissacratorio, il primo che spinge al riuso delle immagini e alla loro manipolazione è dominante.

Quindi siamo già oltre il dibattito che accompagnò la diffusione della serie televisiva Holocaust: da un lato ritenuta fondamentale per riportare la Shoah nel discorso pubblico, dall’altro accusata di averne banalizzato la natura a spettacolo seriale?

Sì, direi che oggi siamo ben oltre quella soglia.

 

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