Locarno Festival
08.08.2018 - 06:200

La letteratura, il cinema e la verità del giurato Carrère

Incontriamo lo scrittore, chiamato a giudicare i film del Concorso e pronto a elencare le star che conosc. O a irritarsi se lo si avvicina a un suo personaggio

Quando arriva, alle 19 e qualche minuto, sento il nervosismo che monta. Siamo all’hotel Belvedere, a sei minuti di salita dura dal centro della città vecchia. È vestito di grigio, all’italiana, un paio di pantaloni che mi ricordano quelli di un cuoco, ma si capisce che in realtà devono essere stati concepiti da uno stilista forse citato nel datato ‘No logo’. Anche la magliettina scollacciata appartiene alla categoria indossare solo su abbronzatura. Smonta dal furgoncino con i vetri oscurati, scambia due o tre chiacchiere con l’addetta stampa (i cui occhi neri valgono ben più di una parentesi) e si avvicina al nostro tavolo. Lo sguardo è di chi studia la situazione, non ne ha un ghiribizzo di essere lì (come biasimarlo, è la terza intervista in cinque giorni) però stiracchia le labbra. Noi siamo in quattro. Un giornalista spagnolo, la barba lunga e il telefonino che scorre sulla pagina di Carrère in Wiki, un omone di cui non ho colto né nome né origine (ma che si farà notare per le sue domande a raffica e per la gioia di aver conosciuto Meg Ryan), una ragazza che vive ad Abu Dhabi e che lavora come freelance.

L’intervista, ci accordiamo nonostante una mia maldestra contrarietà, va condotta in inglese. Era tutto il giorno che cercavo, mentalmente, di rivitalizzare il francese e di ricordarmi che les bougies illuminano fievolmente mentre le bugie gettano oscurità sulle cose. Quel gioco di musica e significato mi stava ossessionando (ben più del facilotto non dire chat-rian se non l’hai nel sacco) perché, come Giorgio Orelli ha provato a innervarci, nei suoni che danno forma e collegano le parole si nascondono spesso i significati più epifanici.

Il mio nervosismo è dovuto al fatto che Emmanuel Carrère è un autore che ho letto e apprezzato, che consiglio ai miei allievi più curiosi o più difficili, a quelli che hanno il fegato di leggere le parole che tentano di colmare l’orrore. Tuttavia è anche un personaggio da rigurgito, dal mento alto e i peli del petto rasati come quelli di un nuotatore a delfino. È un signore che dedica cinque minuti a elencare le attrici che conosce o i registi di cui è amico e invece si irrita quando gli si chiede se ci sono delle differenze nette tra lui, che scrive finzione, e Jean-Claude Romand, il mentitore professionista che tentò il suicidio dopo aver sterminato la propria famiglia e che Carrère racconta ne ‘L’avversario’.

Io dico la verità, liquida la questione il parigino incrociando le gambe, quello che racconto è oggettivo, documentato, frutto di anni di ricerca e di lavoro. Mi accorgo che la mia testa annuisce mentre trascrivo il succo sul quadernetto (ho dimenticato di scaricare l’app dell’intervistatore e mi tocca fare alla vecchia maniera), sposto però il peso sulla natica destra quando sento il seguito. E poi cerco di non urtare le persone coinvolte, è un principio che mi guida quando batto le dita sui tasti. Vedo il volto dei miei personaggi, sento la gravità della loro presenza.

Mi piacerebbe approfondire, alzo la mano e aggroviglio qualche parola tradotta: fiction, reality, writing. La conversazione è però già ad anni luce da me. Giro la pagina e rincorro gli altri, stendo nuovi appunti. Scopro che il lavoro dello scrittore è solitario, quello del cineasta è invece più divertente perché si incontrano tante persone. Come a Locarno, che è bella perché permette di scoprire tanti autori di cui prima non si sapeva niente. Mi chiedo se accendermi una sigaretta sia appropriato, decido di no. Mi piace che Emmanuel, quando cita i propri titoli, li enuncia prima in francese e poi in italiano, una lingua che pronuncia senza accenti, stiloso.

Dopo un po’ torniamo alla letteratura, ci spiega che non è facile capire come arriva ai soggetti dei suoi libri. Sono poche le cose che mi muovono sul serio, dice con occhio concentrato e sollevando per un attimo la schiena dalla poltrona davvero comoda. Mi piace pensare che siano il frutto di un incontro tra quello che mi appassiona o che mi sorprende e ciò che invece, dall’esterno, arriva autonomamente a me. Come se fossero loro, i Limonov, i Romand a cercarmi, anche se in un modo difficile da sciogliere. Non li giudico dei perdenti o dei vincenti però, non li ho mai visti così. È l’eroismo tragico delle loro esistenze ad avere un peso, a scuotermi.

Dernière question, irrompe adesso la occhi neri, spezzando l’incanto che forse, piano piano, stava germinando. C’è il tempo solo per ammettere che sì, come diceva Moravia, i borghesi-bohème, i bobo (da leggersi bo-bò), sono ancora essenziali per dare un nome ai nodi del nostro mondo. Lui si sente ed è uno di loro, se proprio fosse necessario cristallizzarsi in una categoria. Le cose non sono cambiate granché negli ultimi quarant’anni.

Forse non è il caso di chiedergli un autografo, però, quando il giornalista di cui non ricordo il nome propone un selfie da vecchi amici, mi faccio forza e allungo il romanzo rosso. Carrère lo autografa con piacere, la sua firma è ampia e aggraziata, una “c” ondeggiata che corre sulla pagina.

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