Dall'11 al 18 ottobre la prossima edizione, Premio Diritti Umani per l’Autore alla regista camerunense

Torna dall’11 al 18 ottobre il Film festival diritti umani Lugano (Ffdul), nella consueta alternanza tra proiezioni con forum tematici, dialoghi e visioni che attraversano il presente per interrogarlo. Torna anche – per il quarto anno consecutivo – la sezione del Concorso internazionale di lungometraggi, insieme a uno dei momenti più importanti di ogni edizione, il Premio Diritti Umani per l’Autore, assegnato quest’anno alla regista camerunense Rosine Mbakam.
“Questa 13esima edizione si presenta come una nuova, indispensabile sfida. I film che stiamo selezionando aprono un varco nella realtà, locale e internazionale, che non può più trovarci indifferenti”, fanno sapere i co-direttori Antonio Prata e Margherita Cascio. “Ancora una volta, e sempre di più, il festival deve portare su di sé la responsabilità della complessità e i film, le storie, le analisi e le testimonianze diventano fondamentali in questo lavoro. Il Premio diritti umani per l’autore a Rosine Mbakam ne è un esempio forte: un’autrice che si è posta l’obiettivo di decolonizzare lo sguardo cinematografico per ridare giustizia al suo popolo, insegnando a noi a cambiare postura”.
Rosine Mbakam è considerata una delle più importanti cineaste contemporanee. Attraverso le sue opere capaci di muoversi tra documentario e finzione, ha costruito uno sguardo personale e profondamente politico sulle eredità del colonialismo, sulla migrazione, sul razzismo sistemico e sulle forme di sfruttamento che attraversano la vita delle donne africane e della diaspora. Della regista, e alla sua presenza, il Ffdul proporrà ‘Mambar Pierrette’, presentato con successo in anteprima mondiale alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes, e alcune altre sue opere (il calendario è in via di definizione).
“Con questo riconoscimento – fa sapere il Ffdul –, viene premiato un percorso coerente e necessario, capace di unire ricerca cinematografica e impegno civile. Il cinema di Rosine Mbakam non si limita a rendere visibili persone e storie spesso escluse dalla rappresentazione, ma invita il pubblico a interrogare la posizione dalla quale guarda, mettendo in discussione gerarchie, stereotipi e forme di dominio ancora presenti. La consapevolezza del ruolo storicamente ricoperto dal documentario nel legittimare il colonialismo l’ha portata a utilizzare lo stesso linguaggio cinematografico per decostruirne le eredità e cercare forme di rappresentazione più giuste nei confronti delle persone filmate”. E ancora: “Il suo cinema entra negli spazi della vita quotidiana e li trasforma in luoghi nei quali leggere rapporti di classe, genere, origine e potere. Al centro delle sue opere ci sono soprattutto donne camerunesi e africane che affrontano patriarcato, violenza, precarietà economica, razzismo e lavoro invisibile, ma anche donne capaci di creare reti di solidarietà e nuove possibilità di autonomia”. Mbakam, infine, “rifiuta lo sguardo occidentale e vittimizzante rivolto al continente africano, rivendicando il diritto di raccontare le esperienze delle protagoniste dal punto di vista delle loro comunità. La sua macchina da presa non osserva dall’esterno, ma crea uno spazio di ascolto e relazione nel quale le persone filmate partecipano attivamente alla costruzione del racconto”.